Visualizzazione post con etichetta Folklore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Folklore. Mostra tutti i post

martedì 12 aprile 2016

Purificazione - Parte 2

La purificazione è strettamente legata alla guarigione. La guarigione è imprescindibile da una purificazionein primo luogo fisica; la pulizia del corpo è indispensabile per una corretta igiene che da sola previene un gran numero di malattie; quando si riporta una ferita, la prima cosa da fare è pulirla e rimuovere corpi estranei; e quando si deve provvedere alla cura di un malato sarebbe bene che il luogo in cui risiede fosse il più possibile pulito o addirittura sterile. Ma al di la di queste considerazioni ovvie, alcuni approcci alla guarigione contemplano anche altri tipi di purificazione, non fisica, sottile. Sul libro “Ipotesi sulla guarigione” di Davide Melzi un capitolo è dedicato a “La purificazione dalle lebbre del Sole e della Luna”, e in questo brano purificazione e guarigione sono intese come così strettamente connessa che spesso la prima, da sola, implica la seconda (il testo è degno di nota anche perché tratta i temi della purificazione con l’acqua e con il fuoco):
«Simbolicamente l'acqua lava e purifica uno stato caotico ed impuro, rimuove la negatività e la malattia. In tutte le tradizioni c'erano riti che contemplavano l'uso di un'acqua “sacra”, perché al significato profano il rito sovrapponeva un significato profondo; ci si potrebbe riferire alle aspersioni di acqua “benedetta” che erano diffuse in tutte le religioni orientali od occidentali. Il versare acqua su un essere vivente o su un oggetto avrebbe avuto anche il valore di una rigenerazione, di un conferimento di potere. Detto per inciso, bisogna considerare che la purificazione della parte sottile non sempre coincide con la pulizia esteriore del corpo, specie nel senso in cui quest'ultima è intesa e ricercata dagli uomini e dalle donne moderne. Si potrebbe anzi dire che i moderni, probabilmente per una forma di disgusto verso tutto ciò che è fisico e fisiologico - disgusto che è tanto più sorprendente dato che è proprio sul piano materiale che sembrano vertere tutti i loro interessi - cercano con ogni mezzo di cancellare la propria stessa corporeità, per giungere ad una specie di asetticità fisica; la quale peraltro è tipica non degli esseri viventi, ma degli oggetti inanimati, specie di quelli prodotti industrialmente, come la plastica. (…)
D'altra parte sarebbe forse il caso di precisare, per evitare equivoci, che la “pulizia” interiore alla quale ci si riferisce non sarebbe certo riconducibile nemmeno alla sfera della morale - almeno così come essa è oggigiorno intesa - bensì è uno stato di bellezza, di armonia e di sintonia con la propria parte profonda, che potrebbe anche benissimo esprimersi con atti e comportamenti i quali non sarebbero per niente apprezzati dai moralisti e dai benpensanti. (…)
Nella storia antica si trova traccia di luoghi naturali, cioè fonti, fiumi o altri corsi d'acqua, che avrebbero posseduto speciali poteri di guarigione, dei quali poteva beneficiare chi si fosse bagnato o immerso nelle acque sacre.
Si potrebbe intuire che la Fonte era simbolo del punto metafisico da cui scaturisce la manifestazione
dell'energia fluidica cosmica, e l'essersi posto in relazione con essa sarebbe stata anche la giustificazione di qualsiasi tipo di autorità; quindi sia il Re sacrale, sia il mago, sia il guaritore, per ottenere ed esercitare legittimamente il loro potere, avrebbero dovuto mettersi in contatto con l'Acqua spirituale. Con ogni probabilità si può supporre che in epoche più antiche il contatto con le acque sacre fosse consentito solo a determinate condizioni ed a determinati individui. (…)
(…) la stessa religione cristiana avrebbe adottato nei suoi riti e nelle sue usanze, nonostante la sua pretesa di assoluta novità riguardo alle tradizioni precedenti, parecchi elementi rituali di tipo arcaico. Relativamente al valore simbolico dell'acqua, ci si potrebbe riferire al sacramento del battesimo; esso non casualmente veniva ritenuto efficace per lavare il 'peccato', ovvero la traduzione in chiave exoterica e moderna della negatività e della disarmonia. E quando l'ortodossia dogmatica si trasforma, presso il popolo, in un insieme di concezioni prevalentemente superstiziose, come è avvenuto ad esempio nel sud dell'Italia, anche i riti cattolici verrebbero interpretati in senso “magico”, o per meglio dire “stregonico”, e per esempio il battesimo viene considerato garanzia contro il “malocchio”, la “fascinatura” e l’ “attaccamento”. Anche in un ambito ben diverso, quello della tradizione ermetica, il simbolismo del lavaggio dei vari elementi, “metalli” o composti alchemici aveva un'importanza fondamentale. Alcune massime di questa tradizione suonavano nel seguente modo: “Vade ad mulierem lavantem pannos, tu fac similiter” (Vai dalla Donna che lava i panni, e mettiti a fare lo stesso); “Aes philosophorum hydropicum est, et vult lavari septies in fluvio, ut Naaman leprosus in Jordane” (Il bronzo filosofico è idropico, e deve essere lavato sette volte, come Naaman il lebbroso nel fiume Giordano).
Si farebbe dunque riferimento ad un'opera faticosa, intensa e costante di lavaggio e di purificazione, che probabilmente dovrebbe essere compiuta molto più a livello interiore che esteriore, e che potrebbe forse avere il fine di distillare e di portare alla luce l'essenza più profonda di ogni componente dell'essere umano, al fine di guarire da uno stato di impurità paragonato significativamente ad una lebbra, cioè ad un morbo che consuma e corrode.
(…)
Però l'acqua non sarebbe l'unica sostanza in grado di operare una “purificazione”; quest'ultima parola,
quanto alla sua origine etimologica, deriverebbe infatti proprio dal greco Pyr, che significava “fuoco”.
Dunque, oltre ad un'acqua purificatrice, dovrebbe esistere anche un fuoco purificatore, ed anzi si potrebbe giungere ad affermare che per purificare certe cose servirebbe l'acqua, per altre sarebbe necessario il fuoco.
La purificazione col fuoco, come si può ben intuire, sarebbe inscindibile da un aspetto di distruzione ed annichilimento di ciò che c'era prima. Si potrebbe dire che, mentre l'acqua purificatrice avrebbe caratteristiche analogicamente femminili, il fuoco come elemento purificatore potrebbe avere caratteristiche analogicamente maschili e “guerriere”, e dovrebbe quindi servire per riequilibrare situazioni in cui vi fosse un eccesso abnorme di quello che si può definire “femminile impuro”, o “Acqua impura”.
Si tratterebbe plausibilmente di disarmonie che apparterrebbero ad una sfera di “lunarità” caotica e pericolosa.
Infatti nella mitologia universale il femminile, oltre che essere legato a valori di dolcezza, di bellezza, di serenità, di nobiltà, di positività, di armonia, possederebbe anche un lato pericoloso, deviatore, abissale, da cui sarebbe probabilmente necessario guardarsi e proteggersi, sia da parte di individui di sesso femminile - forse al fine, nel loro caso, di effettuare una presa di contatto e di controllo di una dimensione ad esse intrinseca ed essenziale - sia da parte di individui di sesso maschile. (…)
L'Acqua impura, più che una caratteristica che vada assegnata ad esseri di sesso femminile, sarebbe una particolare manifestazione della negatività, ovvero quel modo d'essere disarmonico che si esprimerebbe in forma indiretta, attrattiva, subdola, penetrante, viscida, vischiosa.
Il Fuoco impuro, invece, sarebbe legato ad un attacco che cerca di stroncare, di abbattere, di travolgere le difese dell'individuo, confrontando in modo diretto forza con forza. Esso corrisponderebbe ad un modo disarmonico di manifestarsi di alcune caratteristiche definibili come maschili; sue manifestazioni sul piano caratteriale sarebbero ira, egoismo, violenza, aggressività, volontà di potere personale, di sopraffazione e di distruzione.
Tutte questi stati d'essere farebbero in qualche modo riferimento ad una sorta di “irrigidimento” dell'individuo nei confronti di ciò che lo circonda, laddove invece le manifestazioni dell'Acqua impura si manifesterebbero come un eccessivo “rilasciamento” ed “abbandono”.
È inutile dire che anche il Maschile impuro potrebbe essere una caratteristica tanto di uomini quanto di donne, e che anche relativamente ad esso sia necessaria la massima attenzione, al fine di evitare di
esserne preda.
Così come l'acqua “sacra” avrebbe avuto il potere di “pulire” l'individuo dalle negatività, tutte le sostanze legate in senso analogico alla sfera del maschile avrebbero la valenza di purificare nel segno del fuoco, proprio perché potrebbero riequilibrare una “lunarità” caotica e troppo accentuata.
Tradizionalmente una di tali sostanze è lo zolfo, il quale infatti era utilizzato per depurare gli ambienti
dalle influenze fluidiche ostili.
Dell'aglio, che contiene molto zolfo, si diceva che tenesse lontano i vampiri, ed anticamente si sosteneva che i demoni oscuri sarebbero stati impauriti e scacciati dalle lame di ferro od acciaio.
Esisteva inoltre un rito universalmente diffuso che sintetizzava, per così dire, i due tipi di purificazione: il bagno di sudore. Esso infatti utilizzava sia il fuoco, che dava il suo calore, sia l'acqua, che si trasformava in vapore. Col sudore il corpo espelle tutte le sue impurità - cosa che non si può ottenere con un semplice lavaggio “freddo” - ma anche l'Anima si libererebbe, secondo un nesso analogico, di tutto ciò che la appesantisce.
Tali usanze erano diffuse su scala mondiale: se ne conosce l'impiego presso gli Sciti, le genti scandinave (presso cui è ancora oggi diffusissima la sauna), le etnie di ceppo turco, i Caucasici e gli asiatici in generale, i Nativi americani (con le loro tecniche rituali relative alla 'capanna del sudore') e molte altre genti.»
E dopo questa dissertazione trans-culturale, che serviva più che altro a spiegare il punto e ad accennare qualcosa sulle valenze purificatorie di acqua e fuoco, elenco alcune pratiche che ho trovato circa l’utilizzo della magia in medicina; vorrei dire “purificazione”, ma come vedrete si tratta più spesso di esorcismo.
Perché, come affermato in “La medicina dei celti”,
«Tutta la medicina naturale è in sé stessa un esorcismo. (…) La medicina è un’attività magica. Una nozione, che ritroveremo anche in Berry o in Mayenne, dove maghi e guaritori sono al servizio di una
popolazione rurale e cittadina, è che la vera medicina è un’azione magica (…). Il comune denominatore tra un guaritore contemporaneo e uno sciamano è la pratica dell’esorcismo, cioè l’espulsione per mezzo di piante, di formule o di ipnotizzazioni, di un corpo dannoso ed estraneo. Malattia o demone (…), sono cambiati solo i termini, secondo i tempi e le culture.»

1.1 – La medicina nell’antica Mesopotamia
L’origine della malattia nell’antica Mesopotamia era soggetta a un’interpretazione strettamente magicoreligiosa.
Si credeva che ogni individuo fosse protetto da un dio e da una schiera di spiriti benefici, quindi l’avvento di una malattia implicava che l’individuo dovesse aver fatto qualcosa che costituisse peccato o infrazione, e che così facendo avesse irritato il suo dio protettore, che di conseguenza aveva abbandonato l’umano alla mercé dei demoni malvagi. Il malato era quindi sempre visto come un peccatore, e il primo compito di un guaritore era indovinare la colpa che stava alla base di ogni malattia. Per fare questo si ricorreva a pratiche divinatorie. Una volta individuata l’origine della malattia e raccolti i presagi sul suo decorso, il medico o l’esorcista dovevano affrontare il problema dell’allontanamento dell’essenza malefica che si era impossessata del malato. Questo compito era realizzato mediante una serie di pratiche magiche, incantesimi ed esorcismi. Si recitavano formule segrete, specifiche per ogni malattia, e s’invocava il nome segreto degli dèi. Con grande frequenza era impiegato il fuoco a scopo purificatore e di minaccia contro i demoni, che venivano spesso bruciati in effige. Anche l’acqua aveva un suo significato simbolico connesso al concetto di purificazione e contrapposto alla malattia intesa come sporcizia. Non era raro l’uso di fumigazioni e cataplasmi, sempre con intenti magici diretti a scacciare lo spirito malvagio dal corpo dell’ammalato. L’usanza più curiosa e ripugnante era quella di far ingerire al malato sostanze sgradevoli e disgustose, allo scopo di nauseare il demone e convincerlo ad andarsene.
Due o tre cose saltano all’occhio: qui troviamo elementi e credenze che riscontriamo ancora ai giorni nostri, come l’utilizzo del fuoco (sebbene il suo modo d’agire sia controverso), dell’acqua e delle fumigazioni. Anche l’usanza di cercare di “ripugnare” il demone non è scomparsa con i mesopotamici: era ancora una credenza diffusa in epoca cristiana che fosse meglio evitare di lavarsi perché si pensava che la puzza disgustasse e tenesse lontani i demoni.

1.2 – La medicina nell’antico Egitto
Nell’Egitto faraonico, medicina e magia procedevano di pari passo. Poiché incantesimi ed esorcismi erano costituiti in gran parte da invocazioni rivolte alle divinità e poiché mansioni mediche erano svolte anche dai  sacerdoti, alcuni definiscono la medicina egizia non magica, ma religiosa. La distinzione è tanto sottile da essere quasi inconsistente. L’esorcismo praticato dal medico egizio non era una generica invocazione alla divinità per impetrare da essa la guarigione, ma una formula a netto carattere magico, che aveva valore di per sé stessa.
La forma più semplice dell’invocazione o carme magico, era quella in cui ci si rivolgeva alla divinità, al defunto o alla malattia che aveva provocato il male, invitandoli con blandizie o con minacce ad abbandonare l’individuo colpito. Esistono testi contenenti frasi semplici e ingenue e brani dotati di suggestiva e poetica potenza. È un interessante esempio di esorcismo mediante la parola.
Anche per quanto riguarda la chirurgia, ritroviamo credenze magico-religiose: gli egizi praticavano la trapanazione del cranio da tempi antichissimi, dapprima su animali e poi anche su persone, ed era più probabile che lo facessero perché spinti da una concezione magica che li portava a far uscire dalla testa del malato il demone responsabile della malattia, piuttosto che da considerazioni fisiopatologiche allora impossibili.
Va detto però che la medicina in Egitto non si limitava al suo carattere magico-religioso, ma comprendeva anche una parte di diagnostica rigorosa e di cure basate su una ricchissima farmacopea e altri metodi empirici.

1.3 – La medicina vedica

La medicina all’epoca della costituzione della civiltà indo-ariana fu essenzialmente magico-religiosa. Anzi, possiamo affermare che essa fu in un primo tempo prevalentemente religiosa e in un secondo tempo prevalentemente magica.
La prima fase ci è testimoniata soprattutto dal Rigveda, il più antico dei testi vedici, che consta in 1028 inni. L’argomento dell’opera è principalmente costituito da invocazioni e preghiere. Per quanto riguarda la medicina, si può constatare come essa si basasse più che altro su invocazioni rivolte agli dèi per impetrare da essi la guarigione delle malattie.
Se facciamo un confronto fra il testo del Rigveda e quello dell’Atharvaveda, cronologicamente posteriore, notiamo come dalle preghiere agli sèi si passi agli incantesimi e agli scongiuri che hanno valore per sé stessi. La concezione della malattia è nell’Atharvaveda nettamente demonologica, impostata sulla considerazione dello stato morboso come provocato da un demone o addirittura sull’identificazione fra il demone e la malattia. Le pratiche magiche a scopo terapeutico si basavano sulla recitazione di invocazioni invitanti il demone-malattia ad abbandonare l’organismo colpito, oltre che su altri rimedi legati all’ingestione di erbe e sostanze che si riteneva avessero proprietà magiche. L’uso dell’acqua era molto diffuso nella medicina vedica e ciò sembra ricollegarsi a tradizioni più antiche, perfino pre-ariane. Il ruolo delle acque era importate anche dal punto di vista cosmico, essendo attribuita ad esse la qualità di elemento primordiale, matrice di tutte le cose.
Si credeva che l’acqua avesse anche doti purificatrici e se ne faceva quindi uso mediante lavacri ed abluzioni come rimedio anti-demoniaco.
Ancora una volta vediamo la funzione purificatrice dell’acqua, la concezione di malattia come demonemalattia, e l’esorcismo, concettualmente non troppo distante dalla purificazione e usato in concomitanza con essa.

1.4 – La medicina greco-romana
È molto curioso che la prima fonte in cui mi sia imbattuta che parlava di una forma di medicina grecoromana fosse un libro sulla divinazione greco-romana. Più precisamente, la voce:
«Iatromanzia: è il metodo basato sull’esercizio dell’arte di guarigione e coincide con la purificazione dei malati su basi animistico-demoniche. Intende eliminare la causa primordiale dell’infermità, individuata secondo la concezione più antica, difficilmente invalidata dalla religione olimpica, nella contaminazione (míasma). La iatromanzia non implica necessariamente la prescrizione di una terapeutica precisa, ma prevede la rivelazione della causa dell’ira della divinità, come insegna in modo esemplare la storia di Edipo. (…)»
È una concezione che a prima vista ricorda quella dei popoli mesopotamici – o almeno, sono elementi in comune l’ira di una divinità, la base animistico-demonica e la necessità di una pratica divinatoria.
Purtroppo il libro non spiega come avvenisse poi la purificazione, dice solo che una volta individuata la divinità astrale responsabile della malattia, il medico sceglierà di conseguenza i farmaci per attirarne la benevolenza. Non so se si tratti di un caso di purificazione per intervento divino (cosa che comunque era comune per i greci, come vedremo nel prossimo capitolo) o se anche le medicine si supponeva concorressero nella purificazione.

1.5 – La medicina tribale e la prevenzione delle malattie

Riunisco sotto questo lapidario titolo ciò che ho raccolto su realtà religiose molto piccole, anche geograficamente, o su cui ci sono pochi studi. C’è poco da dire, se non fare una sequela di esempi, molti dei quali riportano pratiche che hanno dei tratti in comune. Sembrerà un elenco, ma mi è difficile fare diversamente.
- L’Erba Santa, una pianta che cresce nelle regioni montuose dell’Arizona, del Nuovo Messico, del Messico e della California, era molto importante per i nativi di quei luoghi perché si diceva neutralizzasse gli influssi negativi e gli spiriti maligni: per queste ragioni era bruciata nei rituali curativi e nei luoghi di degenza, e viene tuttora custodita nel sacchetto delle medicine
- In alcune isole della Melanesia esistono medici del tipo degli sciamani, specializzati nella comunicazione con gli spiriti, che essi scacciano dal corpo dei malati.
- Gli sciamani ciukci (Siberia nord-orientale) usavano il mazzuolo (uno strumento rituale comune a molti sciamanismi) per scacciare gli spiriti delle malattie, colpendo con esso le parti malate del corpo del paziente.
- Fra gli aborigeni australiani esistono persone che sono medici-sciamani di professione, e praticano una forma di medicina magica, fra le cui pratiche è citata quella di “succhiar fuori dal malato un cristallo o una pietra immaginaria”. Una pratica molto simile è stata riportata fra gli sciamani yahgan (Terra del Fuoco, Sud America) e fra gli indigeni della California (dove la pratica è succhiar fuori il dolore – inteso come malattia). “Succhiar fuori” la malattia è una pratica comune a molti sciamanismi, e come si diceva all’inizio del capitolo, la rimozione di un elemento di disturbo (fisico o metafisico) è un tratto che accomuna lo sciamanesimo alla medicina anche moderna, e che ricorre anche nelle pratiche di esorcismo e purificazione. Nulla fa supporre però che questa pratica tribale sia, o sia accompagnata da, una purificazione.
- Frazer, ne “Il ramo d’oro”, racconta come fosse costumanza degli indiani Apalai (Sud America) farsi mordere sul viso e sul corpo dalle formiche nere, per far si che il pizzicore allontani i demoni della malattia aggrappati al loro corpo; allo stesso scopo in Amboyna e nell’Uliase (Indonesia) si cospargeva il corpo dei malati con spezie piccanti, come zenzero e chiodi di garofano. E ancora: «Sulla Costa degli Schiavi, se un bimbo si ammala la madre pensa che uno spirito maligno si sia impadronito del corpo e, per scacciarlo, gli pratica numerosi taglietti e, nelle piccole ferite, mette pepe verde o spezie così da procurare dolore allo spirito maligno, costringendolo ad andarsene.»
Una credenza comune ad alcuni popoli africani è quella secondo cui un uomo che abbia fatto un viaggio possa aver contratto, magicamente, qualche male dagli stranieri che ha frequentato (anche se è andato solo in un territorio contiguo). Quindi, quando torna a casa, prima di venire nuovamente accolto dalla sua tribù, deve sottoporsi a cerimonie di purificazione.
- I Bechuana (Batswana, popolo dell’Africa meridionale) «dopo un viaggio si puliscono, o purificano, rasandosi, fra l’altro, il capo, nel timore di aver contratto qualche male grazie a un incantesimo o a una stregoneria ad opera degli stranieri.»
- E: «In alcune zone dell’Africa occidentale, quando un uomo fa ritorno a casa dopo una lunga assenza, non può recarsi dalla moglie se prima non si è lavato con un liquido particolare e lo stregone non gli ha tracciato un segno sulla fronte, per annullare qualsiasi sortilegio eventualmente operato contro di lui da una donna straniera dopo la sua partenza e che, per suo tramite, potrebbe trasmettersi alle donne del villaggio.»




Nikker

lunedì 18 gennaio 2016

La caccia selvaggia - seconda parte


Stessa caccia, molti cacciatori

Sebbene si trovi in tutta Europa in modo simile nelle sue componenti principali (viene sentito un gran rumore, un abbaiare di cani e scoppi di urla, poi un Cavaliere su un cavallo nero, bianco o grigio, irrompe attraverso l'aria con i suoi segugi, seguito da un corteo di spiriti) bisogna tenere presente che la Caccia Selvaggia è sempre associata a leggende regionali e a frammenti di storia, dando così luogo a molteplici versioni.
Probabilmente trae origine dalla mitologia nordica e si diffonde in Bretagna, Francia, Germania, fino alle Alpi: così Odino si trasforma in Re Artù (Britannia), Carlo Magno (Francia), Nuada (Irlanda), Gwyn Ap Nudd (Galles) seguito dal suo branco di segugi bianchi con orecchie color sangue, re Waldemar (Danimarca), l’Exercito Antiguo (Spagna).
Nell’Inghilterra meridionale diventa Herla, un leggendario re dei Bretoni, famoso per il suo viaggio senza ritorno nel regno Oltremondano.
In età post cristiana la cavalcata viene guidata dal diavolo stesso e la processione diventa un corteo di anime dannate, la cosiddetta Masnada Hellequin.


Mesnie Hellequin - Arlecchino

La prima testimonianza scritta di cui si dispone è contenuta nell’Historia Ecclesiastica, scritta dallo storiografo Normanno Orderico Vitale nella prima metà del 1100 d.C., che riporta il racconto del prete normanno Gualchelmo; la notte di capodanno egli è testimone del passaggio della Familia Herlequini – la Masnada Hellequin. Il corteo (exercitus mortuorum) è composto da esseri infernali e mostruosi che infliggono atroci pene ad anime, sia uomini che donne, destinate alla dannazione. 
L’etimologia del termine è controversa: potrebbe indicare sia “gli uomini, i soldati di Herla” (in inglese antico thegn =soldato), così come “il cane di Herla” (in patois normanno quin = cane). In entrambi i casi è probabile il suo riferimento ad uno dei protagonisti della caccia, il Re Herla menzionato sopra. Secondo alcuni studiosi, da questo nome deriverebbe poi la figura della maschera Arlecchino.
La Masnada Hellequin, variante diffusa soprattutto in Normandia, rimane conosciuta fin verso la fine del 1800 come un’armata fantasma, guidata da Satana in persona, composta da anime dannate, peccatori che non avevano fatto in tempo ad ottenere l’assoluzione prima della morte, condannati a correre per l’eternità attraverso i cieli e a ritornare periodicamente alle loro antiche dimore.




Il culto dei morti

È importante notare la grande variabilità del mito della caccia selvaggia, la sua capacità di mischiarsi con altre credenze popolari e di prendere da esse elementi, combinandoli attraverso i secoli.
Nonostante i cambiamenti e le interpolazioni, possiamo vedere due direttrici principali nel mito: la prima è il culto degli antenati.
La seconda riguarda i riti che culminano nelle processioni mascherate simili al carnevale: con l'arrivo e il diffondersi del cristianesimo, il condottiero della caccia selvaggia è stato ridotto al rango di demone o anima dannata, ma originariamente era certamente una divinità psicopompa, come testimoniano anche i suoi animali, il cane ed il cavallo, di cui abbiamo già parlato nella prima parte di questo articolo.
Entrambe, comunque, si ricollegano ad uno scopo ben preciso: propiziarsi i morti, in quanto essi presiedevano alla fertilità del suolo e alla fecondità del bestiame.

Scrive Mircea Eliade:

L'agricoltura, come tecnica profana e come forma di culto, incontra il mondo dei morti su due piani distinti. Il primo è la solidarietà con la terra; i morti, come i semi, sono sotterranei, penetrano nella dimensione ctonia accessibile solo a loro. D'altra parte, l'agricoltura è per eccellenza una tecnica della fertilità, della vita che si riproduce moltiplicandosi, e i morti sono particolarmente attratti da questo mistero della rinascita(...) Simili ai semi sepolti nella matrice tellurica, i morti aspettano di tornare alla vita sotto nuova forma. Per questo si accostano ai vivi, specie nei momenti in cui la tensione vitale delle collettività raggiunge il massimo, cioè nelle feste dette della fertilità, quando le forze generatrici della natura e del gruppo umano sono evocate, scatenate, esasperate dai riti(…)
Il banchetto collettivo rappresenta appunto tale concentrazione di energia vitale; un banchetto, con tutti gli eccessi che comporta, è dunque indispensabile tanto per le feste agricole quanto per la commemorazione dei morti. (…) anche i vivi hanno bisogno dei morti per difendere le semine e proteggere i raccolti. La Terra-Madre o la Grande Dea della fertilità, domina allo stesso modo il destino dei semi e quello dei morti. Ma questi ultimi, qualche volta, sono più vicini all'uomo, e l'agricoltore si rivolge loro perché benedicano e sostengano il suo lavoro (il nero è il colore della terra e dei morti)..”

La leggenda della caccia selvaggia rappresenta quindi una ricerca della conoscenza di questo mondo e dell'altro, mondi che costantemente interagiscono tra loro, dove non siamo mai da soli e dove possiamo sfuggire all'angoscia esistenziale soltanto perché sappiamo che siamo legati al futuro grazie al ricordo.
L’insegnamento che ne possiamo trarre tuttora è quello di non dimenticare: ricordare i morti, i nostri antenati, così che il nostro raccolto, fisico o più intangibile, possa crescere con la loro benedizione; altrimenti corriamo il rischio che il passato bussi comunque alla nostra porta, reclamando il necessario tributo.



In Italiano

Dario Spada, La caccia selvaggia, Società Editrice Barbarossa 1994
M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Bollati-Boringhieri 2008


In inglese

Ellen Dugan – Seasons of Witchery, Llewellyn 2012
Jacob Grimm, Teutonic mythology, 1880
K. H. Gundarsson, The Folklore of the Wild Hunt and the Furious Host, Mountain Thunder 7(1992).
Claude Lecouteux, Phantom Armies of the Night, Inner Traditions 2011


lunedì 11 gennaio 2016

La caccia selvaggia - prima parte

Durante le lunghe notti invernali, preannunciata da venti impetuosi, tuoni e fulmini, cavalca attraverso le foreste ed i campi una terrificante armata: si tratta della “Caccia Selvaggia”, un’orda di spiriti composta da fanti, cavalieri, cani che ululano e cacciatori a cavallo di destrieri dagli occhi infuocati. Chiunque si trovi fuori dalle mura di casa in questo periodo può correre il rischio di avvistare – o essere avvistato- da questa armata fantasma, finendo per essere trascinato chilometri lontano, o peggio. Lo sfortunato che si avventuri comunque fuori dal consesso abitato, sfidando la sorte, deve fare molta attenzione ai segnali che preannunciano il passaggio della Caccia: come dicevamo all’inizio, venti impetuosi – che tuttavia sono chiaramente soprannaturali, poiché non muovono le fronde degli alberi – tuoni e fulmini, l’ululare dei segugi, il rumore fragoroso della cavalcata, il grido di colui che la conduce: "Wod! Wod! Midden in dem Weg!" (In mezzo alla strada!); non appena si rende conto di ciò che sta per succedere, si deve immediatamente gettare a terra, lì dove si trova (l’armata infatti risparmia soltanto coloro che rimangono nel mezzo del sentiero), e nascondere il viso nel terreno, senza mai cercare di scorgere il passaggio degli spiriti. Se è fortunato non subirà alcun danno, ma sentirà soltanto la scia gelida degli spiriti che gli passano sopra; altrimenti, verrà catturato e dovrà unirsi alla caccia, a completa disposizione del suo comandante.

Il mito della “Caccia Selvaggia” viene tramandato e annoverato nel folklore europeo fin dall’antichità pre-cristiana, particolarmente sentito nelle regioni germaniche e scandinave. In molte versioni della leggenda, a capo della Caccia Selvaggia si trova il dio Odino, nell’aspetto di dio del vento e a cavallo di Sleipnir, il suo destriero a otto zampe; in questa veste, era conosciuto come “il Cacciatore Selvaggio”.

I protagonisti
Come già accennato, la caccia selvaggia era composta da spiriti di guerrieri morti da poco, a piedi o a cavallo, accompagnati da vari animali: spesso segugi neri, ma anche maiali e galli. Il corteo insegue una preda che varia a seconda delle tradizioni: buoi , cavalli oppure giovani donne. Il loro aspetto è quello che avevano durante la loro ultima ora di vita: spesso sono insanguinati o portano la loro testa sottobraccio; di solito non parlano, oppure, solo uno di loro si rivolge direttamente agli esseri ancora in vita. A volte nel corteo era possibile scorgere persone ancora in vita, segno inequivocabile della loro prossima dipartita.
Cavalli e cani sono presenti in quasi ogni tradizione: possono essere neri, grigi o bianchi; i cavalli spesso hanno anche narici infuocate e arti mancanti, o, al contrario, in sovrannumero (un esempio su tutti, Sleipnir, la cavalcatura di Odino) connotazione visiva della loro appartenenza al regno ctonio. L'animale più importante è il cavallo, il cui ruolo come psicopompo emerge chiaramente sia alivello folkloristico che a livello archeologico: uomini e cavalli venivano sepolti insieme: si credeva che i morti passassero attraverso l'altro regno a cavallo; un cavallo veniva sepolto nei nuovi cimiteri, prima del primo essere umano.
Oltre al suo legame con la morte, il cavallo è anche connesso alla fertilità: infatti molto grano era lasciato come offerta alla cavalcatura del Re della Caccia Selvaggia, per assicurare un buon raccolto nell'anno a venire.

Difese dagli spiriti della Caccia Selvaggia

Alcuni accorgimenti possono evitare di essere catturati: ad esempio, portare sempre con sé un pezzo di pane (da dare ai cani, se li si incontra per primi) o un pezzo di ferro (da lanciare contro i cacciatori); brandire la spada, colpendo l’aria intorno a sé; disegnare un cerchio di protezione nel terreno; chiedere un rametto di prezzemolo al Comandante della Caccia, prima che lui possa dire qualsiasi cosa; usare parole di rispetto e reverenza: in quest’ultimo caso si può addirittura venire ricompensati con parte del bottino della caccia: una coscia di cavallo o bue che, se tenuta con sé fino al mattino, si tramuterà in oro.
Membra umane sono la macabra ricompensa per chi non rispetta i dovuti modi di fronte al re della caccia, ma ci sono anche conseguenze peggiori, come la morte o la totale scomparsa dal mondo dei vivi.

Giorni, usanze e taboo

Sebbene si possa incontrare in qualsiasi momento dell’anno, la Caccia è generalmente connessa al periodo dei 12 giorni che separano Natale dell'Epifania, o, nella tradizione norvegese, 12 giorni prima di Natale, durante la notte di Santa Lucia.
Questo sta ad implicare la fine di inizio del nuovo anno con una serie di riti che vengono messi in atto in queste date per purificare, rimuovere e scacciare il vecchio, i demoni e il male, l'estinzione e la successiva ri-accensione dei fuochi; prima dell'introduzione del calendario gregoriano, il nuovo anno si celebrava all'inizio della primavera, a marzo; alla fine di febbraio vi erano le festività dedicate agli antenati, ovvero i dies parentales; uno dei nomi alternativi della caccia selvaggia è, non a caso, Goi: il nome del quinto mese d'inverno per gli antichi scandinavi, quinto mese che cadeva alla fine di febbraio ed era celebrato con particolari riti per scacciare l'inverno, purificare i villaggi e le abitazioni, commemorare i defunti; festività che corrisponde quasi esattamente agli Anthesteria greci, durante i quali i morti venivano invitati a entrare in questo mondo, ed ai Lupercales della tradizione latina, il cui proposito era quello di purificare la città e scacciare i demoni responsabili di malattia, infertilità e raccolti poveri. Usanze comuni legate a questi riti erano libagioni, banchetti e processioni rituali di cortei mascherati e molto rumorosi (frequente l'uso di sonagli, ad esempio).
Il momento della notte in cui era più spesso avvistata la Caccia si situa fra le 11 e mezzanotte o tra mezzanotte e l'una del mattino; il giorno, indicato raramente, è il sabato: un giorno che fa pensare al sabba e ricollega la Caccia Selvaggia a quella del volo notturno delle streghe. Guardando queste date e questi orari possiamo vedere che tutti indicano momenti dell'anno e del giorno che sono connessi al cambiamento, alla fine o all'inizio, ovvero periodi liminali, di transizione; oltretutto questi periodi sono anche associati con pratiche divinatorie: in Austria, per esempio, i 12 giorni che vanno da Santa Lucia a Natale prefigurano che cosa succederà nei 12 mesi dell'anno successivo; il clima di questo periodo avrebbe predetto quello dell'anno successivo; tutti questi giorni, inoltre, erano segnati dalle proibizioni di certi lavori, principalmente tessere e filare, ma vi era anche il taboo del matrimonio: infatti, in questo periodo di transizione i morti camminavano in mezzo ai vivi ed era possibile prendere come sposa una donna appartenente al mondo infero. (…continua)

Per approfondire


In Italiano
Dario Spada, La caccia selvaggia, Società Editrice Barbarossa 1994

In inglese Ellen Dugan – Seasons of Witchery, Llewellyn 2012
Jacob Grimm, Teutonic mythology, 1880
K. H. Gundarsson, The Folklore of the Wild Hunt and the Furious Host, Mountain Thunder 7(1992). Claude Lecouteux, Phantom Armies of the Night, Inner Traditions 2011

 Il dipinto "Åsgårdsreien" del pittore norvegese Peter Nicolai Arbo raffigurante la caccia selvaggia, 1872, Galleria nazionale di Oslo

lunedì 4 gennaio 2016

Un Capodanno, molti Capodanni

Capodanno: Quando e Perché

Oggi la data del Capodanno è ufficialmente fissata, quantomeno nel mondo occidentale, al 1° gennaio. Tuttavia non è sempre stata questa la data del Capodanno, o meglio, non è sempre stata l'unica data del capodanno. In quanto neopagana che non aderisce a una tradizione in particolare, mi trovo a scherzare sul fatto che mi capiti di celebrare tre o più capodanni all'anno (personalmente e arbitrariamente scelgo il 1° novembre, il 1° gennaio e il 1° marzo, anche perché li sento culturalmente vicini e soddisfacenti a livello logico-intuitivo); non li celebro come veri momenti in cui spostare in avanti la numerazione progressiva degli anni, ovviamente, ma come momenti di passaggio rituale.

Per spiegare il perché della variabile dei Capodanni presso diversi popoli antichi, Baldini e Bellosi scrivono con parole perfette:

«Stiamo parlando, qui, di una concezione del tempo principalmente ciclica, anziché lineare: l'anno visto e inteso come un cerchio, un qualcosa che si dipana sempre uguale a se stesso e su se stesso ritorna, perennemente. E in un cerchio, lo sappiamo, non c'è un punto solo indicato per rappresentarne l'inizio o la fine, né lo spostare quello che si fosse individuato provoca alterazioni della figura e delle sue dimensioni. (…) Il tempo è stato a lungo avvertito proprio secondo questa dinamica, da parte di società che erano principalmente legate a modi di vita e di produzione condizionati dai ritmi della natura. La fine dell'anno veniva, in queste società, intesa e celebrata quindi come chiusura di un ciclo, annullamento del passato e inizio di un nuovo arco di tempo che andava affrontato dopo riti di rinnovamento e di purificazione che liberassero dai mali e dai gravami del passato, e fossero propedeutici e propiziatori per il nuovo iter. (…)
Ma qual era, nel cerchio, il punto di fine-principio, cioè quello del capodanno? Come già accennato, questa data non era la stessa per tutti, e non lo è stata fino a tempi relativamente recenti. Popolazioni dedite a culti solari o più rivolte al ciclo astrale ponevano il capodanno nella data del solstizio invernale; altre lo ponevano all'arrivo della primavera o a quello della «stagione scura»; altre ancora, unendo scansione astrale e scansione climatica, all'equinozio o al primo plenilunio primaverili.
Scansioni diverse, poi, in tempi diversi, possono essere state valide per una stessa popolazione, perché i calendari si sono nei secoli evoluti, sono stati cambiati dall'interno per generale consenso o dall'esterno per l'imposizione di modelli nuovi. (...) E ancor oggi, nel calendario moderno, o a livello ufficiale (compreso il liturgico) o a quello folklorico, le grandi tappe di passaggio dell'anno sono tutte in qualche modo rimaste presenti e più o meno importanti: il periodo solstiziale invernale è alla base del ciclo natalizio, che ingloba il capodanno ufficiale; il Carnevale celebra la fine dell'inverno ma, ancor più, ha in sé i segni (ormai declinati) della «grande festa» di capodanno, quindi celebrazione di morte-rinascita e di rinnovamento; nel folklore sono rimasti i riti di Calendimarzo (un vecchio capodanno dei Romani, oltre che spartiacque stagionale) e di Calendimaggio; (…) nei primi giorni di novembre, antico capodanno celtico, troviamo in vasti areali un ciclo festivo conservato ancor oggi.»

Questa introduzione ha già messo in luce alcune questioni interessanti: la concezione ciclica del tempo, che è un'interpretazione molto cara anche ai neopagani (sebbene i cicli stagionali oggi influenzino le nostre vite in misura minore); il fatto che un capodanno potesse essere fissato arbitrariamente e spontaneamente da un popolo a seconda delle sue priorità, del suo schema di ragionamento; la stratificazione storica fra diverse tradizioni, che da sempre contribuisce alla ricchezza culturale e folklorica di ogni popolo (e noi occidentali postmoderni non facciamo eccezione, non è fantastico?); ultimo ma non ultimo, qualche accenno ai rituali apotropaici e purificatori che accompagnavano il passaggio fra l'anno vecchio e quello nuovo (e tutto il periodo di “sospensione del tempo” in cui si svolgevano le feste di passaggio), i botti, i falò, le scampanate, le “cacciate dei demoni”, che approfondiremo più avanti.
Si può pensare che con l'avvento del Cristianesimo, la religione che prometteva di uniformare la cultura europea e mondiale, il Capodanno sia stato fissato in modo definitivo, magari intorno alla Nascita di Cristo o di qualche altra grande festa importante come la Pasqua. Invece, riporta il Cattabiani che la data del Capodanno ha continuato a patire variazioni e regionalismi fino alle soglie del XIX secolo: in Inghilterra e Irlanda tra il XII e il XVIII secolo il Capodanno è stato celebrato il 25 marzo, forse per ragioni che lo vedevano coincidere con il ritorno della primavera; nella cattolicissima Spagna, dai primi del 1600 è stato fissato al 25 dicembre; in Francia il Capodanno veniva datato alla domenica di Resurrezione, ossia alla Pasqua; in Veneto si usava iniziare il nuovo anno al 1° marzo, come gli antichi romani; ma la data del Capodanno in molti luoghi variava perfino di città in città. La datazione al 1° gennaio, sebbene in uso presso i romani in età imperiale, venne abbandonata nel Medioevo perché quella data non era collegata né a un evento astronomico né a una ricorrenza religiosa.

Il Cattabiani giustamente conclude così:

«Per questo motivo oggi ancora il periodo compreso fra il solstizio invernale e la Pasqua è costellato di feste, cerimonie e usanze che direttamente o indirettamente celebrano o si ispirano alla nascita del nuovo anno. Persino il Carnevale, come si spiegherà, è una festa di passaggio dal vecchio al nuovo anno.»



Capodanno: Chi

Calendario romano: ritorno della Primavera o momento di passaggio in mezzo all'inverno?

      L'inizio dell'anno romano cadeva il primo Marzo, in prossimità dell'inizio della primavera, o a Gennaio, il mese dedicato a Giano Bifronte? Probabilmente avrete letto entrambe le versioni, e sono entrambe corrette. In epoca repubblicana l'anno iniziava a marzo, ma in seguito la data venne posticipata.
Sempre Cattabiani scrive:

«Ma perché i Saturnali cadevano proprio a dicembre e non alla fine di febbraio, poco prima della primavera che anticamente, a Roma, era il Capodanno? (…) l'antico anno romano era composto non di dodici ma di dieci mesi, come testimoniava il nome dell'ultimo, december, eco di un arcaico calendario di origine artica, ovvero indo-europea. I due mesi mancanti erano la «notte artica» che conduceva alla luce del «nuovo anno», simbolicamente analoga al «passaggio delle acque»: rinnovamento del cosmo che riattualizzava quello mitico.
Successivamente, con la leggendaria riforma calendariale di Numa, che aggiunse due mesi - gennaio e febbraio - all'anno romuleo, questo periodo di passaggio-rinnovamento venne situato prima del solstizio invernale, quando il sole attraversa una morte apparente per rinascere «nuovo», ovvero per risalire nel cielo. (…)
In ogni modo, già all'inizio dell'Impero, la tradizione del Capodanno si era consolidata, come testimonia Ovidio nei Fasti dove immagina che il 1° di gennaio gli appaia il dio Giano spiegandogli le usanze di quel giorno. Gennaio - Ianuarius in latino - era dedicato infatti al dio bifronte Ianus «che guarda indietro e avanti, alla fine dell'anno trascorso e all'inizio del prossimo». (…) Lo si rappresentava con due volti, l'uno barbuto e vecchio, l'altro giovane. La sua funzione era di presiedere agli inizi, alle soglie, ai passaggi da un periodo temporale a un altro compreso quello fra pace e guerra - e infine alle rinascite iniziatiche, essendo considerato l'Iniziatore per eccellenza. (...)
   La sua faccia bifronte rinviava al simbolismo solstiziale, come d'altronde egli stesso affermava nei Fasti dicendo a Ovidio al quale era apparso: «Io solo custodisco il vasto universo e il diritto di volgerlo è tutto in mio potere». (...)
A Giano era dunque dedicato il mese che aveva sostituito marzo come inizio dell'anno. E a lui il sacerdote offriva alle Calende farro mescolato a sale e uno ianual, una focaccia di cacio grattugiato, farina, uova e olio cotti al forno, forse per propiziare l'influenza benefica del dio sulla natura e sui futuri raccolti.»


Calendario Celtico: iniziare dalla fine

Per i celti, il nuovo giorno iniziava al tramonto di quello che per noi è il giorno precedente, e non, come diremmo oggi intuitivamente, all'alba o a mezzanotte. Non è strano quindi pensare che per loro il nuovo anno iniziasse al termine dell'estate. Il Capodanno era infatti anche l'inizio della stagione invernale, la festa di Samhain, che oggi è tornata in auge grazie alla fama di alcune religioni neopagane come la Wicca e ovviamente il Druidismo.
I celti dividevano l'anno in due stagioni: l'estate, che cominciava a Beltane (che oggi coincide con l'inizio di maggio) e l'inverno, che iniziava a Samhain o Samonios (i primi giorni di novembre). Secondo recenti teorie, i celti ordinavano il tempo basandosi su un complesso calendario luni-solare e le loro feste principali erano stabilite sulla base delle levate eliache di deterninate stelle. La data di Samhain coincideva con le levate eliache di Antares, che secoli fa avvenivano ai primi di novembre, ma che oggi si sono spostate verso metà novembre. C'è quindi chi sceglie di festeggiare Samhain più avanti rispetto alla data tradizionale, verso l'11 novembre, per coerenza verso la coincidenza astrale della data; invece altre persone continuano a celebrare la festa nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, e/o nelle notti immediatamente seguenti, perché confidano di più nella validità di una tradizione consolidata... una tradizione che ha subito molte trasformazioni in epoca cristiana, ma era comunque sopravvissuta fino ai tempi moderni.
Non è questa la sede per parlare delle sopravvivenze di Samhain attraverso le festa di Ognissanti e di Halloween, ma ci sono molti libri interessanti sull'argomento che troverete nei consigli bibliografici.
Quello che interessa questo articolo sono i tratti che Samhain ha e aveva in comune con gli altri Capodanni delle diverse culture; diverse date, ma, come si vedrà, una comune logica di fondo.

Circa il Capodanno Celtico, scriveva Cattabiani:

«Il 1° novembre è lo spartiacque fra un anno agricolo e l'altro. Finita la stagione dei frutti la terra, che ha accolto i semi del frumento destinati a rinascere in primavera, entra nel periodo del letargo (...).
Per i cristiani si celebrano in questi giorni due feste importanti, Ognissanti e la Commemorazione dei defunti. Ma un tempo, nelle terre abitate dai Celti, che si estendevano dall'Irlanda alla Spagna, dalla Francia all'Italia settentrionale, dalla Pannonia all'Asia Minore, questo periodo di passaggio era il Capo d'anno: lo si chiamava in Irlanda Samuin ed era preceduto dalla notte conosciuta ancor oggi in Scozia come Nos Galan-gaeaf, notte delle Calende d'inverno, durante la quale i morti entravano in comunicazione con i vivi in un generale rimescolamento cosmico, come già si è constatato in altri periodi critici dell'anno.
Era festa grande per i Celti, così come le feste solstiziali di Capodanno lo erano per i Romani, e veniva ancora celebrata all'inizio del medioevo. Per cristianizzarla l'episcopato franco istituì al 1° novembre la festa di Ognissanti alla cui diffusione contribuì soprattutto Alcuino (735-804), l'autorevole consigliere di Carlo Magno.»

Sottolineo questo passaggio molto interessante:

«Se i Celti festeggiavano i morti al 1° novembre, gli antichi Romani dedicavano loro nove giorni di febbraio, durante il passaggio dall'inverno alla primavera, dal vecchio al nuovo anno; e anche quando le Calende di gennaio s'imposero come unico capo d'anno si continuò a onorare gli antenati durante i Parentalia che duravano dal 13 al 21 febbraio.»

L'autore lascia intendere un rapporto abbastanza diretto fra il Capodanno e il culto degli antenati, o quantomeno con la credenza che i morti ritornino in simili momenti di passaggio fra il vecchio e il nuovo anno. Una credenza comune sia ai celti che ai romani.



Capodanno: Come

Tradizioni di Capodanno e dei momenti di passaggio

Conosciamo bene quali siano le principali tradizioni legate al nostro Capodanno: botti, fuochi d'artificio, in alcuni luoghi anche fiaccolate, processioni, scampanate, e perfino oggetti e mobili gettati dalla finestra e colpi di pistola in aria (alcune cose in effetti sono molto pericolose, e non solo per i nostri amici animali come da recenti polemiche). Le luci, le fiaccole, i fuochi d'artificio, possono essere letti in connessione al simbolismo della luce e del fuoco solstiziale, alla rinascita del nuovo Sole. Ma il baccano, i botti e il lancio dei mobili e delle suppellettili vecchie dalla finestra sono chiari simboli dell'espulsione del vecchio anno, dei suoi aspetti negativi, dei brutti ricordi, dei pesi e delle colpe, degli errori, perfino dei demoni, degli spiriti maligni. Le scampanate invece hanno una simbologia duplice, il frastuono dovrebbe scacciare gli spiriti maligni ma le scampanate sono spesso rimembranze di riti della fertilità, quindi sono anche di buon auspicio per l'anno venturo.
Riferisce James Frazer che in Boemia a capodanno gli spari in aria servivano ad allontanare le streghe che fuggivano spaventate, mentre in Thailandia si esegue ogni anno l'espulsione dei demoni nell'ultimo giorno dell'anno vecchio. Si spara dal palazzo una cannonata: vi si risponde dal posto più vicino, e così via di posto in posto finché gli spari han raggiunto la porta esterna della città: così i demoni vengono cacciati passo a passo.

Cattabiani però specifica:

«Ma, come si spiegherà più diffusamente a proposito del Carnevale, della notte di santa Valpurga e di quella di Hallow'en, i demoni non sono se non i morti che in ogni periodo di transizione riaffiorano per mescolarsi ai vivi, per contribuire - come semi - al rinnovamento cosmico. Terminato il passaggio ovvero il «rimescolamento», i morti vengono ricacciati negli inferi e la «nuova vita» riprende il sopravvento. Che altro è d'altronde, come s'è già spiegato, la Befana o Comare secca che viene bruciata dopo il suo passaggio?
Nella notte di San Silvestro si sono rifugiate in parte le usanze dei Saturnali che la Chiesa aveva a poco a poco scacciato dai giorni che precedevano e seguivano immediatamente il Natale. Altre invece, come le mascherate, sono confluite nel Carnevale.»

I Saturnali con i loro disordini erano il preludio del nuovo anno, del capodanno invernale, così come il Carnevale con le sue gozzoviglie e i suoi schiamazzi è un preludio del “capodanno” primaverile? Questa affermazione forse è un po' spinta ma è degna di una riflessione, comunque. Gli autori Baldini e Bellosi si esprimono in questi termini quando scrivono delle diverse feste che figurano ancora nel nostro calendario liturgico e folklorico:

«In alcune di queste ricorrenze, più che in altre, traspare il loro essere state dei capodanni a tutti gli effetti. Per fermarci a quelle che interessano il nostro Paese e il suo folklore, citiamo il dōdekaēmeron (cioè un periodo di dodici giorni) che va da Natale all'Epifania, il Carnevale e appunto un altro dōdekaēmeron, quello che va dal 31 ottobre, vigilia di Ognissanti, all'11 novembre, giorno di San Martino. In ciascuna di queste feste, più che in altre, sono evidenti gli elementi che ci conducono in questa direzione: cerimonie di rinnovamento del tempo e della comunità, strenne, questue rituali, maschere che rappresentano un ritorno dei morti reso possibile dall'instaurarsi di un «tempo magico», di un «tempo fuori del tempo» che comporta l'annullamento delle barriere che separano la dimensione terrena dall'aldilà, divinazioni, grandi banchetti e feste.»


Un altro punto importante è stato chiarito: come era stato già accennato precedentemente, le feste di passaggio più importanti sono solitamente accompagnate da periodi in cui il tempo è sospeso, in cui perfino il regolare ordine del mondo è sospeso. Come i Saturnali romani, come le Feste dei Folli, il Natale del medioevo vede la distinzione tra le classi sociali temporaneamente abolita, schiavi e servitori siedono alla tavola dei padroni che diventano loro domestici; c’è perfino scambio di abiti tra i sessi. Tutto ciò veniva fatto per riconoscere e “contenere” il ritorno dei morti in questo mondo. Ma fra i vivi, chi poteva rappresentare i morti e farne le veci? Per questo ruolo erano scelti coloro che, in un modo o nell’altro, non sono ancora pienamente integrati nel gruppo sociale: dopotutto il “morto” è prima di tutto “altro”. Non sorprende che siano i poveri, gli stranieri, gli schiavi, i bambini e gli anziani i principali beneficiari di questo tipo di feste.

Aggiunge Lévi-Strauss:

«Non é perciò sorprendente che Natale e Capo d’anno (suo doppione) siano feste imperniate sui regali: la festa dei morti è essenzialmente la festa degli altri, poiché il fatto di essere “altro” è la prima, immagine ravvicinata che possiamo farci della morte.»

Di nuovo, si pone l'accento sul rapporto fra il ciclo dell'anno, la vegetazione e il ritorno dei defunti. Per capire al meglio questo punto, consiglio di leggere la magnifica introduzione a Babbo Natale Giustiziato, di Lévi-Strauss, scritta da Antonino Buttitta, di cui posso solo riportare alcuni stralci:

«[Nelle culture archaiche] non c'era frontiera tra l'animato e l'inanimato, quindi assai vago era il confine tra la vita e la morte. (...) I vivi e i morti non appartenevano a classi dissimili ma gli uni erano solo l'inverso dei primi. (...) Il rapporto tra defunti, bambini e cicli vegetali era sentito in termini così cogenti che presso molti popoli «culti funebri, agrari, genitali si interpenetravano, talvolta sino a completa fusione...» (…) Era il tempo del ritorno dei morti, dei revenants, come dicono i francesi. Un ritorno tanto atteso quanto temuto. Atteso, perché è il mondo sotterraneo e senza luce, dove sono costretti i morti, che consente il germinare delle sementi; è il loro ritornare a vivere che rifonda la vita. Temuto, perché essi, antimondo, ritornano per ribadirne la complementarietà col mondo, il loro rapporto indissociabile con esso; per chiedere il rispetto del patto stabilito tacitamente con i vivi. Continueranno a garantire l'annuale rinascita della vegetazione se i vivi avranno rispettato il «contratto sociale» che fonda l'ordine cosmico, sia riguardo agli obblighi connessi al soddisfacimento del loro bisogno di luce e di cibo, sia alle norme che regolano la gerarchia sociale e generazionale costitutiva di questo ordine. (...)
È quindi naturale che i rituali più importanti dell'anno si incontrino in un periodo che va dal mese di novembre, che precede il solstizio d'inverno, al mese di marzo in cui cade l'equinozio di primavera (21 marzo). È infatti da novembre a marzo che si assiste al morire e rinascere della natura, dunque del tempo. Celebrate in mesi e giorni diversi in rapporto all'andamento stagionale delle diverse fasce climatiche, cioè dei diversi ritmi agrari, queste feste rispondono tutte alla stessa funzione: rigenerare la forza attiva della vegetazione e implicitamente promuovere la rifondazione della società attraverso la rigenerazione del tempo. Sono dirette a ristabilire l'equilibrio interrotto tra la morte e la vita mediante la riproposizione del contratto tra vivi e morti; a ristabilire la forza unitaria del cosmo sulla situazione di caos scatenata dal loro ritorno minaccioso per effetto della sua rottura. Esorcizzano il rischio, figurativamente esibito, del capovolgimento dell'ordine del mondo, dell'annullamento e dell'inversione dei ruoli naturali e sociali, del prevalere del demoniaco segnalato dal dilagare delle maschere. Ricodificano in forme rituali, dunque dotandole di maggiore potere, questue e doni, giochi e pranzi collettivi per rinvigorire attraverso l'ostentazione di sovrabbondanza mentale, fisica, alimentare, l'energia consumata del cosmo. Ecco perché l'orgia è un aspetto essenziale delle feste di rifondazione del tempo, dunque dei morti, e delle - feste in genere. Gli eccessi sono un elemento costitutivo della economia del sacro. (...) Sono i giorni di Halloween nei Paesi anglosassoni e della festa siciliana dei Morti, di Babbo Natale e dei suoi derivati, della Befana e delle sue varianti, della Candelora e di Carnevale, dei riti pasquali e di San Giuseppe. In ciascuna di queste feste, malgrado le trasformazioni in certi casi anche sostanziali, prodottesi soprattutto nel Medioevo per intervento consapevole e sistematico della Chiesa, l'ideologia arcaica di cui costituiscono la drammatizzazione figurativa, si può cogliere nel disegno complessivo anche se più o meno sfocato, oppure attraverso frammenti, più o meno leggibili. È evidente che dietro figure e personaggi mascherati si nascondono i morti. (...) La sospensione delle gerarchie sociali che vediamo attuata nel corso di questo tipo di festività nei Saturnali, da cui si fa derivare a torto il Carnevale, richiamandosi entrambi a un comune modello, più che nei termini suggeriti dall'antropologo francese, deve essere letta come segnale dell'instaurarsi di una situazione di caos conseguente all'esaurirsi del ciclo del tempo.»


Sperando che tutto ciò sia spunto di riflessione, chiudo con una considerazione personale.
È molto bello che il Solstizio sia per tutti noi una festa di luce, il saluto al sole che torna. Nel nostro Capodanno i fuochi e le luci colorate fanno le veci dei falò rituali. Tuttavia non dovremmo dimenticare che il solstizio, come tutti i momenti di passaggio, ha anche un aspetto oscuro, è un momento in cui la notte è molto più lunga del giorno e vede il temporaneo ritorno dei defunti; nelle notti fra Natale e l'Epifania, in cui ricade il nostro Capodanno, così come nelle notti intorno a Samhain che era il capodanno celtico, così come forse anche a Carnevale, le tradizioni di varie regioni europee (anche italiane) si aspettano di veder passare la Caccia Selvaggia, il macabro e feroce corteo guidato da Wotan, oppure la Mesnee d’ Hellequin (capo della caccia selvaggia in alcune regioni alpine e francesi, Hellequin, uno spirito della natura mascherato, sarà ereditato dalla commedia dell’arte italiana... e riproposto a carnevale come Arlecchino), oppure la processione di Perchta o di Holda. Quindi speriamo nell'annunciato ritorno della luce, il nuovo anno è iniziato, ma per il momento battiamo i denti... almeno fino all'epifania, che per un po', tutte le feste porta via.


Nikker



Disclaimer per le immagini:

Le immagini dei nostri simpatici romani che festeggiano il capodanno sono state gentilmente concesse dalla pagina Facebook umoristica “Il Triumvirato”, consiglio di farci un giro.



Fonti delle citazioni, testi e siti per approfondire:

AAVV, Le vere origini di Halloween
E. Baldini, G. Bellosi, Halloween. Nei giorni che i morti ritornano
E. Baldini, G. Bellosi, Tenebroso Natale. Il lato oscuro della grande festa
F. Cardini, Il libro delle feste. Il cerchio sacro dell'anno
A. Cattabiani, Calendario
R. Fattore, Feste pagane
J. Frazer, Il ramo d'oro
A. Gaspani, Il calendario di Coligny. Misura del tempo presso i celti
G. Kezich, Carnevale re d'Europa. Viaggio antropologico nelle mascherate d'inverno
A. Kondratiev, Il tempo dei celti. Miti e riti: una guida alla spiritualità celtica
C. Lévi-Strauss, Babbo Natale giustiziato (consiglio l'edizione con l'introduzione di Buttitta)
C. Manciocco, L. Manciocco, L'incanto e l'arcano. Per una antropologia della Befana
J. Markale, Halloween
J.-C Schmitt, Medioevo «superstizioso»