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lunedì 4 luglio 2016

La rubrica del mese: l'erbario magico

Caprifoglio

Il caprifoglio è una pianta rampicante che può crescere fino a 10 metri di altezza; le foglie sono verde smeraldo intenso, ma la sua parte caratteristica è il fiore che esprime la sua bellezza nei vari toni del bianco, giallo o rosa.
Il fiore, soprattutto verso il tramonto e la sera, emana un profumo inebriante, tuttavia non invadente e delicato, e
produce un nettare dolce che attira farfalle e api. Il caprifoglio è forse meno conosciuto di un altro grande protagonista di questa stagione, il gelsomino  (vedi oltre), tuttavia è veramente molto amato: oltre alla bellezza estetica ed al piacere della vista, trasmette anche una sensazione serenità, dolcezza, gioia di vivere e di fare e una sensualità non appariscente, discreta.
È usato fin dai tempi antichi all'interno delle case per portare benessere e prosperità economica, sia posto come decorazione (fa anche il suo bell'effetto scenico! ) sia bruciato come incenso. Collegato a Giove, ne esprime le caratteristiche di generosità e crescita.

Appeso sopra la porta, si dice che tenga lontane le cattive influenze e ad attirare quelle benefiche.

Infine, il caprifoglio è utile anche in meditazione: il suo profumo dolce e delicato aiuta a calmare e chiarire i pensieri rilassare la mente.
A prescindere dall'uso che ne vogliate fare, non perdetevelo!


Gelsomino
Il gelsomino è una pianta arbustiva che fiorisce in questo periodo; il suo profumo si espande in lungo e in largo,
senza sforzo, quasi con prepotenza durante le notti estive, e crea un'atmosfera incantata, dolce e sensuale, riportandoci in contatto con i nostri sensi; calma la mente e la distrae dalle sue preoccupazioni, riportandola al qui ed ora, semplicemente a quello che viene percepito dai nostri sensi.

Il gelsomino è  un fiore principalmente legato all'aspetto femminile e lunare, quindi a divinità come Selene, Afrodite o Venere.
Infatti, è uno degli ingredienti principali negli incantesimi d'amore, come anche negli incantesimi che riguardano la gioia di vivere, la felicità e la sensualità.
Tra le sue caratteristiche ha anche quella di attirare, quindi può essere usata in tutte quelle situazioni in cui vogliamo portare qualcosa nella nostra vita, con le caratteristiche proprie del gelsomino.
Può essere usato come incenso, ma ancora meglio come olio essenziale o estraendone l'aroma in un olio base, come per esempio jojoba o girasole; lo useremo poi per ungere candele, testimoni o anche noi stessi.
Leggenda vuole che spesso le petizioni alla Dea per il benessere e la prosperità venissero messe in atto durante la notte di luna piena, di fronte una pianta di gelsomino, lasciando poi una moneta vicino alle sue radici, con l'intento che la moneta si moltiplicasse come crescevano i fiori del gelsomino, con la speranza di sentire il profumo della gioia e del successo altrettanto facilmente come quello dei fiori di gelsomino.

 


Iperico

L'Iperico è una pianta perenne sempreverde, con fusto eretto, che per tutta l'estate si ricopre di fiori giallo oro, con cinque petali; tenendone le foglie in controluce, possiamo vedere tanti piccoli buchini (da cui il suo nome - perforatum): la caratteristica dell'iperico, infatti, per cui è molto facile individuarlo in caso di dubbio, è che all'interno delle foglie e dei fiori ha delle piccole vescicole di olio:  sfregandole fra le mani le potremmo trovare tinte di rosso o arancione carico.
L'iperico, anche detto caccia diavoli, erba delle streghe, o erba di san Giovanni, ha una lunghissima tradizione in campo magico: appeso fuori dalla porta, veniva usato per proteggere la casa dai fulmini e ovviamente da tutte le presenze negative (ironia, anche dalle streghe).
Noi lo usiamo come simbolo del sole e della sua forza in questo periodo, in cui raggiunge il suo apice (è infatti molto usato nelle celebrazioni di Litha). Tradizionalmente, qui in Italia viene raccolto nel magico giorno di San
Giovanni, all'alba.

Questa pianta agisce portando tutte le caratteristiche del sole nella nostra vita:si può usare per il successo, per migliorare il tono dell'umore, per la gioia di vivere, per la protezione e come simbolo dell'energia maschile e solare.
Dal punto di vista medico ha interessanti utilizzi, quindi possiamo usarla sicuramente anche in incanti rivolti alla guarigione.
Consiglio: l'olio rosso estratto dai suoi fiori è un ottimo lenitivo della pelle (davvero, fa miracoli).


Per approfondire:



Campanini, Enrica: Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, ed. Tecniche Nuove 2012

Cunningham, Scott: Enciclopedia delle piante magiche, ed. Mursia 

Dugan, Ellen: Garden Witchery: Magick from the Ground Up, ed. Llewellyn Publications 

Rosella: Le erbe delle streghe nel Medioevo, ed. Penne & Papiri 

Scott, Devon: I giardini incantati. Le piante e la magia lunare, ed. Venexia


martedì 17 maggio 2016

Llewellyn's Witches'

In questo post vi voglio parlare di alcuni utili prodotti  editi dalla Llewellyn dal nome Llewellyn's Witches'. Questa serie di pubblicazioni annuale è composta da un'agenda, un calendario e due almanacchi. Ma vediamoli più in dettaglio.

Il calendario è formato da una doppia pagina, la pagina superiore ha un un'illustrazione in tema con il mese affiancata poi da varie informazioni e spunti sul periodo in corso. La parte del datario presenta anche il lunario.

L'agenda , 16 mesi settimanale, ha in comune con il calendario la parte descrittiva generale del mese e le informazioni sulla luna, aggiunge però al suo interno altre informazioni e spunti, fra cui ricette culinarie e attività da svolgere associate alle festività. Questa agenda per alcuni anni è stata anche tradotta in Italia, in una rilegatura meno funzionale rispetto all'originale a spirale.
 
Gli almanacchi sono due:
Uno, Llewellyn's Witches' Companion, più incentrato su argomenti generali o nuovi punti di vista. Anche in questo volume è presente un calendario 16 mesi.
Metre il Llewellyn's Witches' Spell-A-Day Almanac è più incentrato sulla pratica e quindi presenta semplici incantesimi e semplici rituali da svolgere in accordo con il giorno preso in esame.
 
Il calendario e l'agenda hanno spesso la grafica di copertina realizzata dallo stesso artista e su tema simile, mentre Llewellyn's Witches' Companion ha una copertina che si discosta, pur rimanendo nel colorato.
Llewellyn's Witches' Spell-A-Day Almanac ha una grafica spesso più sobria che ricorda un qualsiasi libro.
Degli almanacchi esiste anche una versione digitale, per chi lo preferisse. 

Ancora non disponibili alla vendita, sono comunque prenotabili.

Tempesta




lunedì 14 marzo 2016

La Magia Presso gli Ittiti

La civiltà degli Ittiti fiorì nella penisola Anatolica (odierna Turchia) nel II millennio a.C.
In tutta l’area vicino orientale, regno di Hatti compreso, la magia, come abbiamo visto nello scorso articolo sui Babilonesi, faceva parte della vita di ogni giorno e veniva praticata con grande frequenza.
Presso gli Ittiti magia e religione non erano nettamente separate, ma anzi erano interconnesse: le stesse leggi che regolavano le forze su cui si reggeva il mondo valevano per il mondo divino e per quello umano e con la conoscenza di tali leggi si operavano incantesimi, divinazione, medicina.
Diverse occasioni potevano richiedere un rituale: l’erezione di un edificio (a scopo propiziatorio), morti annunciate tramite oracoli, malattie, per attenuare discordi in famiglia, per assicurare la vittoria dell’esercito in battaglia.
La magia nera (ovvero quella volta specificamente a danneggiare o uccidere un antagonista) era proibita e veniva punita severamente; ciononostante, sappiamo da fonti scritte che essa veniva praticata perfino a corte (ne vennero accusate almeno due principesse).
Lo studio delle tavolette magiche permette di comprendere i meccanismi alla base del funzionamento degli incantesimi. Due pratiche molto diffuse erano quelle dell’analogia e del contatto, basate sulle leggi della simpatia e dell’antipatia (si trovano in una situazione di simpatia quelle creature, piante o oggetti che sono in qualche modo affini, in antipatia tutte le cose viste come opposti).
Gli incantesimi fondati sul principio dell’analogia sfruttavano l’impiego di oggetti come l’acqua, la cera fusa, i vasi: fondendo la cera, facendo scorrere via l’acqua, rompendo il vaso si rappresentava l’eliminazione della condizione negativa, del male, causa del problema da risolvere. La tecnica del contatto prevedeva che la persona affetta dal problema toccasse l’oggetto da incantare (spesso venivano usati fili di lana colorata annodati in modo simbolico sul paziente).
I rituali di contatto prevedevano anche procedure di identificazione e sostituzione: si stabiliva il contatto tra il “signore del rituale” (EN SISKUR), ovvero il committente, e l’oggetto da incantare; quest’ultimo diventava quindi a tutti gli effetti un sostituto del committente/paziente, assorbendo su di sé il male e la negatività e liberando il “signore del rituale”.
La tecnica del sostituto era spesso impiegata per allontanare la morte da qualcuno: in genere venivano usati sostituti simbolici, come figurine di esseri umani in creta o materiali vari, ma anche animali e, talvolta, prigionieri di guerra (d’altra parte gli Ittiti non sono certo noti per la loro gentilezza!).
L’azione magica veniva sempre accompagnata dalla recitazione di una formula.
Il rituale, nella sua forma completa, veniva chiamato aniur e veniva officiato da un “sacerdote esorcista” (AZU), un indovino (HAL), un medico (A.ZU) al servizio del palazzo reale, oppure, più spesso, da una donna definita semplicemente “la vecchia” (khašawa), una figura di esorcista appartenente alla più antica tradizione luvia e hurrita (popolazioni presenti nell’ara prima dell’egemonia ittita).
Come si diceva all’inizio, magia e religione erano interconnesse: per esempio, durante i violenti temporali che si scatenavano su Hattuša, la capitale di Hatti (il regno ittita), si cercava di pacificare il dio della Tempesta Telipinu/Teshub con un rituale appropriato seguito dalla recitazione del racconto mitologico denominato “La luna che cadde dal cielo” (in cui si racconta di come, durante un accesso d’ira, il dio della tempesta sbalzò la luna giù dal cielo).
In altri casi si cercava di riguadagnare il favore di divinità offese che avevano abbandonato il Hatti: si celebrava quindi un apposito rituale durante il quale venivano recitati i cosiddetti miti mugawar (letteralmente, invocazioni), volti appunto a richiamare in patria gli dei scomparsi.
Il mito del serpente Illuyanka che lotta contro il dio della tempesta veniva invece recitato periodicamente in occasione di una delle feste religiose più importanti del paese, la festa purulli (= terra). Scopo probabile della festa e della recitazione del mito era il rafforzamento del potere regio e al rinnovamento delle capacità produttive del paese, motivo per cui essa veniva celebrata all’inizio del nuovo anno.
Altre festività religiose di estrema importanza erano celebrate all’inizio della primavera e all’inizio dell’autunno, momenti cruciali nella produzione agricola.
La prima, la festa AN.TAH.ŠUM.SAR , durava trentotto giorni e prendeva il nome dall’omonima pianta (croco oppure finocchio, non sappiamo con precisione): essa prevedeva un viaggio cultuale della coppia regale attraverso i maggiori centri del paese.
La seconda festa, celebrata in autunno, veniva chiamata nuntarriyašha (letteralmente, “festa della fretta”) e anch’essa prevedeva un viaggio attraverso il paese.
Il viaggio, presente in entrambe le feste, mirava al duplice scopo di onorare tutte le divinità locali (meglio non farne offendere nessuna!) e riaffermare il controllo regio sul territorio.
Momento clou della festa era l’offerta alle divinità, durante la quale veniva anche svolta un’azione magica molto importante descritta nei testi come “il re (la coppia regale” beve la  divinità” (ricorda qualcosa?), gesto mediante il quale il sovrano condivideva l’essenza divina.
Infine, due parole sulla divinazione: oltre a pratiche ben conosciute e diffuse in tutta l’area mediterranea, come l’aruspicina, l’esame del volo degli uccelli, l’interpretazione e l’incubazione di sogni, troviamo particolarità prettamente ittite, come l’osservazione dei movimenti di un serpente all’interno di un bacino d’acqua o il cosiddetto KIN, “oracolo delle sorti”; veniva usato dalle “vecchie” di cui si è detto sopra. In questo oracolo, alcuni oggetti assumevano il valore di persone – il re, la regina, ecc. – oppure di situazioni o condizioni – lo stare bene del re, la vittoria dell’esercito; i presagi erano tratti osservando come i simboli entrano in contatto tra loro (probabilmente, all’interno del recinto dove erano racchiusi gli oggetti simbolici veniva liberato un piccolo animale che, muovendosi, faceva spostare i simboli).
Pratica abituale era quella di ricorrere a più tecniche divinatorie in successione.

Bibliografia:
S. De Martino, Gli Ittiti, Carocci Editore
Magie und Zauberei in “Reallexicon der Assyriologie”, pp. 234-255
M. Liverani, “Vicino Oriente. Storia, società economia”, Laterza
F. Pecchioli Daddi, M. Polvani, La mitologia ittita, Brescia 1990
http://www.hethport.uni-wuerzburg.de


lunedì 29 febbraio 2016

La Magia nel Mondo Assiro Babilonese

Il nome Mesopotamia (terra tra i due fiumi) si riferisce alla regione geografica situata tra il Tigri e l’Eufrate. Data la combinazione tra l’estrema fertilità del terreno e la necessità di una struttura ben organizzata per far fronte alle piene dei fiumi, non sembra un caso che le prime forme di civiltà si siano sviluppate qui.
Per primi ricordiamo i Sumeri, già nel 3500 a.C. circa, i quali inventarono anche il sistema di scrittura cuneiforme, rimasto poi in uso per oltre 2000 anni presso le popolazioni successive, come per esempio gli Accadi e gli Assiro-Babilonesi (2000-539 a.C.).
La maggior parte delle informazioni riguardo la magia nel mondo mesopotamico ci viene da iscrizioni in cuneiforme su tavolette d’argilla. Le fonti scritte più numerose ed interessanti sono istruzioni rituali, prescrizioni ed incantesimi che venivano registrati e copiati da ritualisti o altri scribi per le proprie biblioteche personali o per quelle di corte. Una famosa biblioteca, ricca di tavolette magiche, è quella di Assurbanipal, l’ultimo grande re d’Assiria, sita nel suo palazzo di Ninive.
Gli incantesimi venivano trasmessi per iscritto ad opera di professionisti quali l’āšipu, la cui educazione lo rendeva capace di consultare e copiare i testi. Questi ultimi potevano essere conservati singolarmente, raccolti in compendi o, soprattutto dalla seconda metà del secondo millennio, in composizioni molto più ampie, composte da più tavolette, e comprendenti varie indicazioni per lo svolgimento del rituale (ad es. Šurpu e Maqlû): solitamente, vi venivano indicate sia le azioni da compiere (agenda) e del materiale da usare, sia degli incantesimi da recitare (dicenda). In ogni caso, gli incipit e le rubriche apposti ad ogni incantesimo ne rendevano chiaro lo scopo. Proprio basandosi su incipit e rubriche e sul contenuto del testo, si possono raggruppare gli incantesimi dividendoli tra testi a fini apotropaici e testi a fini manipolatori.
Il primo tipo è volto a liberare il paziente dal male che lo affligge, ma ha altresì uno scopo profilattico.
STRUTTURA DEGLI INCANTESIMI
La magia mesopotamica può essere divisa in quattro principali categorie:
1. magia manipolativa, con la quale il paziente o l’oggetto dell’incantesimo venivano trasformati e portati in un’altra condizione;
2. magia difensiva, con la quale una malattia od un problema venivano rimossi dal paziente;
3. magia aggressiva, grazie alla quale l’agente o il paziente ottenevano superiorità, forza e attrattiva;
4. stregoneria, una forma di magia illegale volta a danneggiare il paziente.
Oltre a ciò, si possono distinguere gli incantesimi in base alla loro funzione: curativi oppure apotropaici.
Tra questi ultimi i principali:
1. anti-stregoneria (kišpū): contro sofferenze e malattie la cui causa è un attacco di stregoneria;
2. anti-fantasmi: per placare o scacciare lo spirito molesto di un defunto;
3. contro i demoni: per scacciare un demone specifico oppure un gruppo di entità eterogenee;
4. contro una maledizione: per annullare gli effetti portati dall’infrazione di un taboo, di un giuramento, così come pure dal contatto finanche involontario con qualcuno macchiatosi delle colpe suddette;
5. contro i cattivi presagi: per annullare gli effetti negativi di un cattivo presagio;
6. per la collera divina: per placare divinità distanti o infuriate;
7. contro animali pericolosi: per scongiurare la comparsa o l’attacco di animali come scorpioni, serpenti e cani rabbiosi.
Prerequisito importantissimo era la purificazione rituale del paziente, dato che la sua
condizione era prima di tutto dovuta ad un’impurità.
La maggior parte degli incantesimi si compone di alcune parti fondamentali:
1. descrizione del problema (l’essere naturale o sovrannaturale contro cui è necessario difendersi, la malattia, in ogni caso tutto ciò che causa la rottura di un equilibrio);
2. descrizione della sua eziologia (genealogia del demone, origini della malattia o della rottura dell’equilibrio, spesso collegandola direttamente al mondo divino);
3. aiuto divino, espresso tramite un dialogo tra Ea/Enki e suo figlio Marduk/Asalluhi; oppure, più frequentemente, soprattutto quando bisogna fronteggiare una malattia, tramite la formula mannam lušpur, in cui si chiede aiuto alle figlie di Ea;
4. ordine espresso dallo specialista contro la causa del problema, sia al precativo sia all’imperativo;
5. dichiarazione di appartenenza dell’incantesimo ad una divinità.
Divinità e demoni
Le principali divinità invocate nei rituali magici erano Enki-Ea, il dio della saggezza e della magia, che risiedeva nel mare sotterraneo; Asalluḫi-Marduk, suo figlio, (Assur nel Nord) anch’egli considerato una divinità patrona della sapienza magica; ed il dio Sole Utu-Šamaš, dio della giustizia e della luce. Alcuni incantesimi sono rivolti a tutti e tre, considerati la triade della magia: laddove Ea e
Marduk are sono considerati esorcisti divini ed esperti purificatori, Šamaš agisce in qualità di giudice divino liberando la vittima, portando la luce e ribaltando il verdetto divino che era stato tra le
cause della malattia.
Altre divinità menzionate regolarmente sono la dea Ningirima, che è a custodia del recipiente dell’acqua sacra; il dio Kusu, purificatore, associato con l’incensiere; Gibil-Girra, il fuoco divino, che rappresenta la forza distruttiva e purificatrice del fuoco; Siriš, dea della birra.
Durante i rituali notturni venivano invocati il dio-Luna, le stelle e la personificazione divina della notte. La luna Nuova, periodo particolarmente favorevole per gli incantesimi contro la stregoneria, poteva anch’essa essere personificata ed invocata.
Ne vediamo un esempio nell’incantesimo di aperture del rituale chiamato Maqlû: l’incantatore si rivolge alle divinità della notte, le stele e le manifestazioni degli dei, la notte (associata con la dea guaritrice Gula) e i tre custodi della notte.
(Maqlû I 1-3):
Io vi invoco, divinità della notte,
insieme a voi io invoco la Notte, la sposa velata,
Invoco il Crepuscolo, la Mezzanotte e l’Alba! 

Spesso un recipiente con dell’acqua consacrata veniva lasciato all’aperto durante la notte in modo da essere esposto al potere delle divinità astrali. Molti rituali dovevano essere eseguiti sotto specifiche stelle, costellazioni o pianeti, come Giove, Scorpione, l’Orsa Maggiore, Sirio. La stella della Capra, nella costellazione della Lyra, veniva associata alla dea Gula, proprio come la personificazione divina della notte, e giocava un ruolo molto importante nei rituali notturni.
Fra le altre divinità invocate troviamo Ningirsu, una forma in cui era adorato Ninurta, divinità guerriera da un lato, dall’altro associata alla vegetazione e alla coltivazione, alla regolazione dei canali, essenziale per l’irrigazione e quindi per la prosperità; Damu, Ninisina e Ninkarrak (queste ultime sembrano essere forme di Gula: difatti Ninisina è più un titolo che un nome proprio, significa infatti la signora di Isin, città di cui era la divinità tutelare. Era considerata madre di Damu e patrona degli incantesimi di guarigione). Gula era considerata una divinità guaritrice e patrona degli specialisti in questo settore. Sposa di Ninurta, era la madre di Damu.
Causa dei morbi erano ritenuti i demoni. Non vi era un termine specifico per designare tale categoria di esseri nel loro complesso (come ad esempio il termine īlum per designare le divinità); piuttosto, per ogni agente maligno vi era un nome specifico (es. utukku, asakku, etemmu) di cui tuttavia non abbiamo conoscenze approfondite. Alcune denominazioni evocavano immediatamente la malattia cui si riferivano, condividendone il nome: così, ad esempio, la febbre era causata da Febbre, l’epilessia da Epilessia ecc.
Nella Weltanshauung mesopotamica, le forze demoniache facevano anch’esse parte di un tutto ordinato; per questo motivo, la loro azione di danneggiamento nei confronti dell’uomo doveva essere ordinata dagli dei, irritati da una qualche colpa o omissione, di cui dunque i demoni rappresentavano solo gli esecutori. Lo specialista āšipu era però in grado di invocarli per fermare l’attacco dei demoni.
Una particolare minaccia per i bambini neonati sembra essere posta da Lamaštu.
Considerata figlia del dio del cielo An, essa era temuta per i suoi atti di violenza contro puerpere, giovani madri e neonati. Negli incantesimi accadici viene enfatizzato l’aspetto minaccioso e mostruoso del demone e la sua aggressività nel compiere azioni volte a danneggiare la salute dei bambini.
E’ importante sottolineare che gli dei non erano necessariamente alleati del paziente. Potevano aver riversato la loro collera su di lui a causa di torti supposti o reali, o addirittura essere portati a far ciò con l’inganno dalle streghe. Una delle funzioni più importanti degli incantesimi era, dunque, quella di convincere le divinità invocate dell’innocenza del paziente e di far loro cambiare idea nei suoi riguardi.
La stregoneria e l’ira divina non sono le sole aree della magia mesopotamica dove gli dei giocavano un ruolo ambivalente: la dimora di Enki-Ea, l’oceano sotterraneo (apsû), non era soltanto la fonte di incantesimi e rituali di purificazione, ma anche il luogo da cui demoni, malattie ed ogni sorta di magia “nera” provenivano.

Gli specialisti della magia Il trattamento e la cura di problemi di salute erano di competenza principalmente di due specialisti: l’ āšipu o mašmaššu e l’asû. Secondo una visione largamente condivisa, la figura dell’ āšipu e quella dell’asû avevano la stessa relazione che intercorre oggi tra le figure del medico e del farmacista. Si può arrivare a tale conclusione dal fatto che l’unico gruppo di testi utilizzato o posseduto dall’asû enumera liste di piante medicinali e istruzioni sul loro utilizzo. Come il farmacista odierno, l’asû era esperto nell’uso dei farmaci.
Egli doveva conoscerne le varietà, i luoghi ed il periodo migliore della raccolta, la loro conservazione e preparazione. Tuttavia egli non faceva solitamente ricorso alla recitazione di incantesimi, né doveva essere in grado di operare su malattie complesse o di formulare diagnosi, operazioni per le quali avrebbe avuto bisogno dell’assistenza dell’ āšipu. Quest’ultimo era l’esperto che praticava rituali apotropaici, recitando incantesimi ed eseguendo manipolazioni di carattere magico; per questo motivo il termine è correntemente tradotto come “esorcista”. Contrariamente all’asû, faceva parte del personale dipendente dal tempio. I suoi servigi erano richiesti dal re e dalla corte, così come da clienti privati appartenenti alle classi sociali più elevate. La sua formazione era di alto livello: spettava a lui
esaminare il paziente, fare una diagnosi ed una prognosi della malattia e spesso stabilirne l’eziologia; infatti, era importante capire se fosse stata scatenata da una causa naturale, mandata da una divinità o provocata dall’infrazione di un taboo; per ognuno di questi casi si sarebbero dovuti utilizzare incantesimi e rituali differenti.
Di norma, durante il corso di un rituale egli doveva svolgere sia una parte orale sia una parte manuale: recitava uno o più incantesimi, accompagnandoli con azioni, come ad es. la manipolazione di figurine o di oggetti vari che dovevano rappresentare il problema da risolvere. Il rituale di norma coinvolgeva solamente l’ āšipu ed il suo cliente. La recitazione di incantesimi rappresentava una parte molto importante dell’attività dell’ āšipu. Dunque l’ āšipu si sarebbe prevalentemente occupato di guarire il paziente dall’interno (ovvero, agendo sulla sua psiche): ecco allora l’importanza della recitazione degli incantesimi: quest’ultima azione, infatti, aveva lo scopo di rafforzare le altre, tramite l’uso della magia della parola.
Originariamente, l’asû si occupava di problemi di salute la cui causa fosse evidente e semplice (come colpi di calore, ferite o tagli, fratture, comuni raffreddori e tosse); accompagnava le manipolazioni fisiche, le piccole operazioni di chirurgia e l’impiego di rimedi vegetali con la recitazione di incantesimi.
Incantatori di serpenti, uomini-gufo e stregoni
Vi erano tuttavia altri professionisti della magia di cui poche tracce sono rimaste nei testi scritti, ma che si incontravano sicuramente per le strade delle città babilonesi ed assire. Una preghiera a Marduk loda il dio in qualità di divino garante degli esperti ritualisti:
“Senza di te l’esorcista (āšipu) non potrebbe curare I malati, senza di te
l’esorcista (āšipu), the l’’uomo gufo’ (eššebû), e l’incantatore di serpenti (mušlaḫḫu)
non camminerebbero per le strade (offrendo i loro servizi).”
Non sappiamo bene come venissero considerati, visto che su di loro abbiamo anche pareri negativi; ad esempio, erano sospettati di usare la magia illegalmente per causare danni invece che portare cure.
Nel passo seguente, tratto da un incantesimo in akkadico che doveva essere recitato durante la cerimonia antistregoneria di Maqlû, il paziente enumera tutta una serie di possibili autori di stregoneria da rivoltare contro la strega che ha causato il danno:
(Maqlû VII 88–96)
Io cerco contro di te sacerdoti- kurgarrû e uomini-gufo – io spezzo i tuoi vincoli!
Che gli stregoni facciano rituali contro di te – io spezzo i tuoi vincoli!
Che le streghe facciano rituali contro di te – io spezzo i tuoi vincoli!
Che i sacerdoti- kurgarrû facciano rituali contro di te – io spezzo i tuoi vincoli!
Che gli uomini-gufo facciano rituali contro di te – io spezzo i tuoi vincoli!
Che gli stregoni-naršindu facciano rituali contro di te – io spezzo i tuoi vincoli!
Che gli incantatori di serpenti facciano rituali contro di te – io spezzo i tuoi vincoli!
Che gli stregoni-agugillu facciano rituali contro di te – io spezzo i tuoi vincoli!
Io prendo a schiaffi la tua faccia, io strappo la tua lingua!

Sguardi e parole malevoli erano altamente temuti: le streghe colpivano le loro vittime anche in questo modo. Inoltre, esse creavano figurine di creta e argilla, le sporcavano con la terra, le bruciavano e ne disperdevano le ceneri, e le seppellivano in posti diversi, per esempio in una tomba per simboleggiare la morte della vittima, sotto un cancello, un ponte oppure ad un incrocio, dove la gente costantemente passava calpestandole.

IL LESSICO SPECIFICO
Il sostantivo accadico che designa l’incantesimo è šiptu, derivato dalla radice *wsp, di cui esiste una sola forma verbale, uššupum, che designa l’atto di influenzare gli esiti di un processo tramite l’uso di incantesimi. Dalla medesima radice deriva anche il sostantivo usato per designare lo specialista di incantesimi, åšipu. Negli incantesimi, il termine šiptu si trova frequentemente usato nella parte conclusiva del testo, nella formula šiptu ul jâtum, šipat (l’incantesimo non è mio, è l’incantesimo di…) seguito dal nome di una o più divinità. In alternativa o in aggiunta, l’incantesimo può terminare con la formula sumerica tu-en-é-nu-ri, il cui significato è chiaramente quello di “formula magica”.
Interessante sottolineare che il verbo tecnico usato per indicare l’avvenuta recitazione di un incantesimo è nadûm, che letteralmente significa “lanciare, gettare”. La parola pronunciata durante l’incantesimo perde la sua connotazione astratta per acquisire lo status di oggetto capace di provocare cambiamenti sensibili, agendo come una sorta di proiettile o arma magica.
L’akkadico annovera inoltre una gran varietà di termini per definire la stregoneria. La parola principale è kišpū , derivate dal verbo corrispettivo kašāpu, che è inoltre la base per i termini kaššāpu “stregone” e kaššāptu “strega”.
Un altro gruppo di termini è derivato dal verbo epēšu “fare”, “praticare rituali”, “praticare stregoneria”.
Specifiche tipologie di stregoneria
1 zikurudû (Akkadico; Sumero: zi.ku5.ru.da) magia ‘che taglia la gola’
2 kadabbedû (Akkadico; Sumero: ka.dab.bé.da) magia ‘che afferra la bocca’
3 dibalû (Akkadico; Sumero: di.bal.a) magia ‘che distorce la giustizia’
4 zīru (Akkadico; Sumero: ḫul.gig) magia d’odio
La prima era considerate una tipologia estremamente pericolosa e spesso mortale, la cui attuazione includeva l’invocazione di divinità astrali.
Sia la numero 2 che la 3 miravano a rendere la vittima inerme ed incapace di difendersi di fronte a giudici e superiori in generale.
L’ultimo tipo, infine, provocava l’isolamento sociale della vittima e aperta ostilità nei suoi confronti (al suo esatto opposto troviamo rāmu, magia d’amore, che -ovviamente- suscitava nella vittima amore nei confronti del soggetto prescelto).

IL POTERE MAGICO DELLA PAROLA
Per agire su ciò che lo circonda e che vuole trasformare o eliminare, l'uomo non ha a disposizione che due mezzi essenziali: la mano e la parola.
Per quanto riguarda il primo, può operare sfruttando le proprietà dei molti elementi naturali che lo circondano.
La sua voce, invece, gli fornisce uno strumento efficace per farsi obbedire, non solamente dagli animali domestici e dagli altri uomini, e per arrivare, grazie ai suoi ordini, ai medesimi risultati.
Infatti, il nome proprio di un essere, così come le sue componenti grafiche e fonetiche, potevano essere manipolati magicamente, al fine di prenderne il possesso. Potevano infatti rappresentare, in virtù del principio della magia simpatica, il possessore del nome.
Quindi, non avere nome significava non esistere, chiamare per nome significava creare; con la parola si crea e si distrugge, si fissa il destino; infine, la maledizione espressa è ineluttabile.
Alla parola è riconosciuta la facoltà creativa e distruttiva.
Gli incantesimi non erano intesi per intrattenere, dimostrare abilità verbale o costruire mondi immaginari, ma per essere usati all’interno di rituali magici, al fine di provocare un cambiamento sensibile nel reale.
La parte verbale dei rituali magici obbedisce a regole che non differiscono fondamentalmente da quelle che governano il resto della materia magica. Il trasferimento di proprietà specifiche è raggiunto tramite la simbolica manipolazione di somiglianze. Nella maggior parte dei casi, la materia magica è caratterizzata da più che qualche somiglianza. Gli oggetti utilizzati devono essere puri, devono essere raccolti di notte o arrivare da paesi esotici. In altre parole, devono possedere proprietà diverse dagli oggetti comuni. Lo stesso si può dire del linguaggio magico.
Esso deve essere distinto dal linguaggio ordinario. Per raggiungere un simile obiettivo vi sono tre sistemi: il primo è quello di usare un linguaggio considerato sacro. Il secondo è quello di usare un linguaggio elevato rispetto all’ordinario, poetico. Un esempio può essere costituito dall’uso del Latino nel medioevo europeo, una lingua accessibile solo ad una ristretta cerchia di iniziati. Il terzo sistema consiste nell’utilizzo di un linguaggio apparentemente senza senso, che potremmo definire abracadabra. Un esempio proviene da un compendio medico per disturbi oculari del primo millennio a.C., in cui agli incantesimi, in lingua accadica, si fanno precedere alcune linee in uno sgrammaticato sumerico (di cui si riporta a titolo di confronto solo la prima linea):
EN2 igi-bar igi-bar-bar igi-bar-ra bar-bar igi-hul igi-hul-hul igi-bar-ra hul-hul
Il passaggio in questione non è, come può sembrare, una ripetizione di suoni priva di significato: la ripetizione di igi-bar fa comprendere che si tratta di qualcosa connesso con gli occhi; l’associazione con hul rende chiaro che si tratta di qualcosa di problematico. In questo modo, l’assenza di una grammatica e di una sintassi corrette viene compensata tramite la ripetizione e l’associazione fonica.
Oltre ad essere distinto da quello comune, il linguaggio magico deve anche possedere un’altra importante caratteristica, ovvero la capacità della persuasione. Molti autori hanno discusso della relazione tra retorica e magia, primo fra tutti Gorgia nel V sec. a. C.: entrambe hanno in comune l’intenzione di voler modificare il reale (come costringere un demone alla fuga o influenzare l’opinione pubblica durante un processo). I mezzi utilizzati per raggiungere tale scopo sono soprattutto poetici, quali figure retoriche di senso e di suono. Tra le seconde, figura l’uso di ripetizioni di singoli fonemi, parole o intere frasi: esse sono necessarie per impartire maggior autorità al comando o maggior forza all’azione da compiere, con un'efficacia proporzionata alla sua insistenza.
Le parole sono dunque di importanza cruciale per lo specialista della magia. Non solo sono gli strumenti con cui lavora, ma costituiscono un potere che è necessario saper attivare. L’atto magico significa riuscire a creare con le parole, poiché esse sono dotate di un potere peculiare nel campo magico.

Alcuni esempi di incantesimi

1 Incantesimo per avere del cibo
2 kakkabū akallakunūti
3 šamû akallakunūti
4 ersetum akallaki
5 Anum akallaka
6 Enlil akallaka
7 adi eleqqu
8 maštīti u kurummati
9 [ ]x šamû šamû
10 tu-én-é-nu-ru

Traduzione
2 Stelle, io vi trattengo!
3 Cieli, io vi trattengo!
4 Terra, io ti trattengo!
5 An, io ti trattengo!
6 Enlil,io ti trattengo!
7-8 Fino a quando non avrò la mia bevanda e la mia razione di cibo!
9...cieli, cieli.
10 Formula magica.

1 Incantesimo d’amore
24. amrannima kīma pitnim hudu
25. kīma Zeraš libbaka liwir
26. kīma dšamašim ittanpuham
27. kīma d Sîn idišam
28. [X X I]G u ramka lidiš
24. guardami e sii teso come le corde di un’arpa,
25. che il tuo cuore avvampi come con il liquore,
26. continua a bruciare come il sole
27. continua a rinnovare te stesso come la luna,
28. …che il tuo amore sia sempre fresco.
1 Incantesimo di protezione per il mago
1. APIN! (AK) ersetam irahhi
2. {d}Šakkan ramānašu uššap
3. lūšimma ramāni lūšip šiptam
11. šipat ramāniya yâti ahzini
Traduzione
1. L’aratro insemina la terra,
2. Šakkan incanta se stesso.
3. Fa’ che io incanti me stesso, fa’ che io mi incanti con un incantesimo!
11. così, incantesimo che io lancio su me stesso, prendimi!

1 Incantesimo per far dormire un neonato (!)
1.sehrum wāšib bīt ekletim
2. lū tattasâm tātamar nūr šamšim
3. ammīn tabakki ammīn tuggag
4. ullikīa ammīn lā tabki
5. ili bītim tedki kusarikkum iggeltêm
6. mannum idkīanni
7. mannum ugallitanni
8. sehrum idkīka sehrum ugallitka
9. kīma šātû karānim
10. kīma mār sābītim
11. limqutaššum šittum
Traduzione
1. Bambino, che hai vissuto nella casa dell’oscurità,
2. ora sei fuori, hai visto la luce del sole.
3. Perché piangi, perché strilli?
4. Perché non hai pianto là dentro?
5. Hai svegliato il dio della casa, il kusarikkum si è svegliato:
6. “Chi mi ha svegliato?
7. Chi mi ha allarmato?”
8. Il bambino ti ha svegliato, il bambino ti ha allarmato!
9. “Come sui bevitori di vino,
10. come sugli ubriachi,
11. possa il sonno cadere su di lui!”