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lunedì 4 gennaio 2016

Un Capodanno, molti Capodanni

Capodanno: Quando e Perché

Oggi la data del Capodanno è ufficialmente fissata, quantomeno nel mondo occidentale, al 1° gennaio. Tuttavia non è sempre stata questa la data del Capodanno, o meglio, non è sempre stata l'unica data del capodanno. In quanto neopagana che non aderisce a una tradizione in particolare, mi trovo a scherzare sul fatto che mi capiti di celebrare tre o più capodanni all'anno (personalmente e arbitrariamente scelgo il 1° novembre, il 1° gennaio e il 1° marzo, anche perché li sento culturalmente vicini e soddisfacenti a livello logico-intuitivo); non li celebro come veri momenti in cui spostare in avanti la numerazione progressiva degli anni, ovviamente, ma come momenti di passaggio rituale.

Per spiegare il perché della variabile dei Capodanni presso diversi popoli antichi, Baldini e Bellosi scrivono con parole perfette:

«Stiamo parlando, qui, di una concezione del tempo principalmente ciclica, anziché lineare: l'anno visto e inteso come un cerchio, un qualcosa che si dipana sempre uguale a se stesso e su se stesso ritorna, perennemente. E in un cerchio, lo sappiamo, non c'è un punto solo indicato per rappresentarne l'inizio o la fine, né lo spostare quello che si fosse individuato provoca alterazioni della figura e delle sue dimensioni. (…) Il tempo è stato a lungo avvertito proprio secondo questa dinamica, da parte di società che erano principalmente legate a modi di vita e di produzione condizionati dai ritmi della natura. La fine dell'anno veniva, in queste società, intesa e celebrata quindi come chiusura di un ciclo, annullamento del passato e inizio di un nuovo arco di tempo che andava affrontato dopo riti di rinnovamento e di purificazione che liberassero dai mali e dai gravami del passato, e fossero propedeutici e propiziatori per il nuovo iter. (…)
Ma qual era, nel cerchio, il punto di fine-principio, cioè quello del capodanno? Come già accennato, questa data non era la stessa per tutti, e non lo è stata fino a tempi relativamente recenti. Popolazioni dedite a culti solari o più rivolte al ciclo astrale ponevano il capodanno nella data del solstizio invernale; altre lo ponevano all'arrivo della primavera o a quello della «stagione scura»; altre ancora, unendo scansione astrale e scansione climatica, all'equinozio o al primo plenilunio primaverili.
Scansioni diverse, poi, in tempi diversi, possono essere state valide per una stessa popolazione, perché i calendari si sono nei secoli evoluti, sono stati cambiati dall'interno per generale consenso o dall'esterno per l'imposizione di modelli nuovi. (...) E ancor oggi, nel calendario moderno, o a livello ufficiale (compreso il liturgico) o a quello folklorico, le grandi tappe di passaggio dell'anno sono tutte in qualche modo rimaste presenti e più o meno importanti: il periodo solstiziale invernale è alla base del ciclo natalizio, che ingloba il capodanno ufficiale; il Carnevale celebra la fine dell'inverno ma, ancor più, ha in sé i segni (ormai declinati) della «grande festa» di capodanno, quindi celebrazione di morte-rinascita e di rinnovamento; nel folklore sono rimasti i riti di Calendimarzo (un vecchio capodanno dei Romani, oltre che spartiacque stagionale) e di Calendimaggio; (…) nei primi giorni di novembre, antico capodanno celtico, troviamo in vasti areali un ciclo festivo conservato ancor oggi.»

Questa introduzione ha già messo in luce alcune questioni interessanti: la concezione ciclica del tempo, che è un'interpretazione molto cara anche ai neopagani (sebbene i cicli stagionali oggi influenzino le nostre vite in misura minore); il fatto che un capodanno potesse essere fissato arbitrariamente e spontaneamente da un popolo a seconda delle sue priorità, del suo schema di ragionamento; la stratificazione storica fra diverse tradizioni, che da sempre contribuisce alla ricchezza culturale e folklorica di ogni popolo (e noi occidentali postmoderni non facciamo eccezione, non è fantastico?); ultimo ma non ultimo, qualche accenno ai rituali apotropaici e purificatori che accompagnavano il passaggio fra l'anno vecchio e quello nuovo (e tutto il periodo di “sospensione del tempo” in cui si svolgevano le feste di passaggio), i botti, i falò, le scampanate, le “cacciate dei demoni”, che approfondiremo più avanti.
Si può pensare che con l'avvento del Cristianesimo, la religione che prometteva di uniformare la cultura europea e mondiale, il Capodanno sia stato fissato in modo definitivo, magari intorno alla Nascita di Cristo o di qualche altra grande festa importante come la Pasqua. Invece, riporta il Cattabiani che la data del Capodanno ha continuato a patire variazioni e regionalismi fino alle soglie del XIX secolo: in Inghilterra e Irlanda tra il XII e il XVIII secolo il Capodanno è stato celebrato il 25 marzo, forse per ragioni che lo vedevano coincidere con il ritorno della primavera; nella cattolicissima Spagna, dai primi del 1600 è stato fissato al 25 dicembre; in Francia il Capodanno veniva datato alla domenica di Resurrezione, ossia alla Pasqua; in Veneto si usava iniziare il nuovo anno al 1° marzo, come gli antichi romani; ma la data del Capodanno in molti luoghi variava perfino di città in città. La datazione al 1° gennaio, sebbene in uso presso i romani in età imperiale, venne abbandonata nel Medioevo perché quella data non era collegata né a un evento astronomico né a una ricorrenza religiosa.

Il Cattabiani giustamente conclude così:

«Per questo motivo oggi ancora il periodo compreso fra il solstizio invernale e la Pasqua è costellato di feste, cerimonie e usanze che direttamente o indirettamente celebrano o si ispirano alla nascita del nuovo anno. Persino il Carnevale, come si spiegherà, è una festa di passaggio dal vecchio al nuovo anno.»



Capodanno: Chi

Calendario romano: ritorno della Primavera o momento di passaggio in mezzo all'inverno?

      L'inizio dell'anno romano cadeva il primo Marzo, in prossimità dell'inizio della primavera, o a Gennaio, il mese dedicato a Giano Bifronte? Probabilmente avrete letto entrambe le versioni, e sono entrambe corrette. In epoca repubblicana l'anno iniziava a marzo, ma in seguito la data venne posticipata.
Sempre Cattabiani scrive:

«Ma perché i Saturnali cadevano proprio a dicembre e non alla fine di febbraio, poco prima della primavera che anticamente, a Roma, era il Capodanno? (…) l'antico anno romano era composto non di dodici ma di dieci mesi, come testimoniava il nome dell'ultimo, december, eco di un arcaico calendario di origine artica, ovvero indo-europea. I due mesi mancanti erano la «notte artica» che conduceva alla luce del «nuovo anno», simbolicamente analoga al «passaggio delle acque»: rinnovamento del cosmo che riattualizzava quello mitico.
Successivamente, con la leggendaria riforma calendariale di Numa, che aggiunse due mesi - gennaio e febbraio - all'anno romuleo, questo periodo di passaggio-rinnovamento venne situato prima del solstizio invernale, quando il sole attraversa una morte apparente per rinascere «nuovo», ovvero per risalire nel cielo. (…)
In ogni modo, già all'inizio dell'Impero, la tradizione del Capodanno si era consolidata, come testimonia Ovidio nei Fasti dove immagina che il 1° di gennaio gli appaia il dio Giano spiegandogli le usanze di quel giorno. Gennaio - Ianuarius in latino - era dedicato infatti al dio bifronte Ianus «che guarda indietro e avanti, alla fine dell'anno trascorso e all'inizio del prossimo». (…) Lo si rappresentava con due volti, l'uno barbuto e vecchio, l'altro giovane. La sua funzione era di presiedere agli inizi, alle soglie, ai passaggi da un periodo temporale a un altro compreso quello fra pace e guerra - e infine alle rinascite iniziatiche, essendo considerato l'Iniziatore per eccellenza. (...)
   La sua faccia bifronte rinviava al simbolismo solstiziale, come d'altronde egli stesso affermava nei Fasti dicendo a Ovidio al quale era apparso: «Io solo custodisco il vasto universo e il diritto di volgerlo è tutto in mio potere». (...)
A Giano era dunque dedicato il mese che aveva sostituito marzo come inizio dell'anno. E a lui il sacerdote offriva alle Calende farro mescolato a sale e uno ianual, una focaccia di cacio grattugiato, farina, uova e olio cotti al forno, forse per propiziare l'influenza benefica del dio sulla natura e sui futuri raccolti.»


Calendario Celtico: iniziare dalla fine

Per i celti, il nuovo giorno iniziava al tramonto di quello che per noi è il giorno precedente, e non, come diremmo oggi intuitivamente, all'alba o a mezzanotte. Non è strano quindi pensare che per loro il nuovo anno iniziasse al termine dell'estate. Il Capodanno era infatti anche l'inizio della stagione invernale, la festa di Samhain, che oggi è tornata in auge grazie alla fama di alcune religioni neopagane come la Wicca e ovviamente il Druidismo.
I celti dividevano l'anno in due stagioni: l'estate, che cominciava a Beltane (che oggi coincide con l'inizio di maggio) e l'inverno, che iniziava a Samhain o Samonios (i primi giorni di novembre). Secondo recenti teorie, i celti ordinavano il tempo basandosi su un complesso calendario luni-solare e le loro feste principali erano stabilite sulla base delle levate eliache di deterninate stelle. La data di Samhain coincideva con le levate eliache di Antares, che secoli fa avvenivano ai primi di novembre, ma che oggi si sono spostate verso metà novembre. C'è quindi chi sceglie di festeggiare Samhain più avanti rispetto alla data tradizionale, verso l'11 novembre, per coerenza verso la coincidenza astrale della data; invece altre persone continuano a celebrare la festa nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, e/o nelle notti immediatamente seguenti, perché confidano di più nella validità di una tradizione consolidata... una tradizione che ha subito molte trasformazioni in epoca cristiana, ma era comunque sopravvissuta fino ai tempi moderni.
Non è questa la sede per parlare delle sopravvivenze di Samhain attraverso le festa di Ognissanti e di Halloween, ma ci sono molti libri interessanti sull'argomento che troverete nei consigli bibliografici.
Quello che interessa questo articolo sono i tratti che Samhain ha e aveva in comune con gli altri Capodanni delle diverse culture; diverse date, ma, come si vedrà, una comune logica di fondo.

Circa il Capodanno Celtico, scriveva Cattabiani:

«Il 1° novembre è lo spartiacque fra un anno agricolo e l'altro. Finita la stagione dei frutti la terra, che ha accolto i semi del frumento destinati a rinascere in primavera, entra nel periodo del letargo (...).
Per i cristiani si celebrano in questi giorni due feste importanti, Ognissanti e la Commemorazione dei defunti. Ma un tempo, nelle terre abitate dai Celti, che si estendevano dall'Irlanda alla Spagna, dalla Francia all'Italia settentrionale, dalla Pannonia all'Asia Minore, questo periodo di passaggio era il Capo d'anno: lo si chiamava in Irlanda Samuin ed era preceduto dalla notte conosciuta ancor oggi in Scozia come Nos Galan-gaeaf, notte delle Calende d'inverno, durante la quale i morti entravano in comunicazione con i vivi in un generale rimescolamento cosmico, come già si è constatato in altri periodi critici dell'anno.
Era festa grande per i Celti, così come le feste solstiziali di Capodanno lo erano per i Romani, e veniva ancora celebrata all'inizio del medioevo. Per cristianizzarla l'episcopato franco istituì al 1° novembre la festa di Ognissanti alla cui diffusione contribuì soprattutto Alcuino (735-804), l'autorevole consigliere di Carlo Magno.»

Sottolineo questo passaggio molto interessante:

«Se i Celti festeggiavano i morti al 1° novembre, gli antichi Romani dedicavano loro nove giorni di febbraio, durante il passaggio dall'inverno alla primavera, dal vecchio al nuovo anno; e anche quando le Calende di gennaio s'imposero come unico capo d'anno si continuò a onorare gli antenati durante i Parentalia che duravano dal 13 al 21 febbraio.»

L'autore lascia intendere un rapporto abbastanza diretto fra il Capodanno e il culto degli antenati, o quantomeno con la credenza che i morti ritornino in simili momenti di passaggio fra il vecchio e il nuovo anno. Una credenza comune sia ai celti che ai romani.



Capodanno: Come

Tradizioni di Capodanno e dei momenti di passaggio

Conosciamo bene quali siano le principali tradizioni legate al nostro Capodanno: botti, fuochi d'artificio, in alcuni luoghi anche fiaccolate, processioni, scampanate, e perfino oggetti e mobili gettati dalla finestra e colpi di pistola in aria (alcune cose in effetti sono molto pericolose, e non solo per i nostri amici animali come da recenti polemiche). Le luci, le fiaccole, i fuochi d'artificio, possono essere letti in connessione al simbolismo della luce e del fuoco solstiziale, alla rinascita del nuovo Sole. Ma il baccano, i botti e il lancio dei mobili e delle suppellettili vecchie dalla finestra sono chiari simboli dell'espulsione del vecchio anno, dei suoi aspetti negativi, dei brutti ricordi, dei pesi e delle colpe, degli errori, perfino dei demoni, degli spiriti maligni. Le scampanate invece hanno una simbologia duplice, il frastuono dovrebbe scacciare gli spiriti maligni ma le scampanate sono spesso rimembranze di riti della fertilità, quindi sono anche di buon auspicio per l'anno venturo.
Riferisce James Frazer che in Boemia a capodanno gli spari in aria servivano ad allontanare le streghe che fuggivano spaventate, mentre in Thailandia si esegue ogni anno l'espulsione dei demoni nell'ultimo giorno dell'anno vecchio. Si spara dal palazzo una cannonata: vi si risponde dal posto più vicino, e così via di posto in posto finché gli spari han raggiunto la porta esterna della città: così i demoni vengono cacciati passo a passo.

Cattabiani però specifica:

«Ma, come si spiegherà più diffusamente a proposito del Carnevale, della notte di santa Valpurga e di quella di Hallow'en, i demoni non sono se non i morti che in ogni periodo di transizione riaffiorano per mescolarsi ai vivi, per contribuire - come semi - al rinnovamento cosmico. Terminato il passaggio ovvero il «rimescolamento», i morti vengono ricacciati negli inferi e la «nuova vita» riprende il sopravvento. Che altro è d'altronde, come s'è già spiegato, la Befana o Comare secca che viene bruciata dopo il suo passaggio?
Nella notte di San Silvestro si sono rifugiate in parte le usanze dei Saturnali che la Chiesa aveva a poco a poco scacciato dai giorni che precedevano e seguivano immediatamente il Natale. Altre invece, come le mascherate, sono confluite nel Carnevale.»

I Saturnali con i loro disordini erano il preludio del nuovo anno, del capodanno invernale, così come il Carnevale con le sue gozzoviglie e i suoi schiamazzi è un preludio del “capodanno” primaverile? Questa affermazione forse è un po' spinta ma è degna di una riflessione, comunque. Gli autori Baldini e Bellosi si esprimono in questi termini quando scrivono delle diverse feste che figurano ancora nel nostro calendario liturgico e folklorico:

«In alcune di queste ricorrenze, più che in altre, traspare il loro essere state dei capodanni a tutti gli effetti. Per fermarci a quelle che interessano il nostro Paese e il suo folklore, citiamo il dōdekaēmeron (cioè un periodo di dodici giorni) che va da Natale all'Epifania, il Carnevale e appunto un altro dōdekaēmeron, quello che va dal 31 ottobre, vigilia di Ognissanti, all'11 novembre, giorno di San Martino. In ciascuna di queste feste, più che in altre, sono evidenti gli elementi che ci conducono in questa direzione: cerimonie di rinnovamento del tempo e della comunità, strenne, questue rituali, maschere che rappresentano un ritorno dei morti reso possibile dall'instaurarsi di un «tempo magico», di un «tempo fuori del tempo» che comporta l'annullamento delle barriere che separano la dimensione terrena dall'aldilà, divinazioni, grandi banchetti e feste.»


Un altro punto importante è stato chiarito: come era stato già accennato precedentemente, le feste di passaggio più importanti sono solitamente accompagnate da periodi in cui il tempo è sospeso, in cui perfino il regolare ordine del mondo è sospeso. Come i Saturnali romani, come le Feste dei Folli, il Natale del medioevo vede la distinzione tra le classi sociali temporaneamente abolita, schiavi e servitori siedono alla tavola dei padroni che diventano loro domestici; c’è perfino scambio di abiti tra i sessi. Tutto ciò veniva fatto per riconoscere e “contenere” il ritorno dei morti in questo mondo. Ma fra i vivi, chi poteva rappresentare i morti e farne le veci? Per questo ruolo erano scelti coloro che, in un modo o nell’altro, non sono ancora pienamente integrati nel gruppo sociale: dopotutto il “morto” è prima di tutto “altro”. Non sorprende che siano i poveri, gli stranieri, gli schiavi, i bambini e gli anziani i principali beneficiari di questo tipo di feste.

Aggiunge Lévi-Strauss:

«Non é perciò sorprendente che Natale e Capo d’anno (suo doppione) siano feste imperniate sui regali: la festa dei morti è essenzialmente la festa degli altri, poiché il fatto di essere “altro” è la prima, immagine ravvicinata che possiamo farci della morte.»

Di nuovo, si pone l'accento sul rapporto fra il ciclo dell'anno, la vegetazione e il ritorno dei defunti. Per capire al meglio questo punto, consiglio di leggere la magnifica introduzione a Babbo Natale Giustiziato, di Lévi-Strauss, scritta da Antonino Buttitta, di cui posso solo riportare alcuni stralci:

«[Nelle culture archaiche] non c'era frontiera tra l'animato e l'inanimato, quindi assai vago era il confine tra la vita e la morte. (...) I vivi e i morti non appartenevano a classi dissimili ma gli uni erano solo l'inverso dei primi. (...) Il rapporto tra defunti, bambini e cicli vegetali era sentito in termini così cogenti che presso molti popoli «culti funebri, agrari, genitali si interpenetravano, talvolta sino a completa fusione...» (…) Era il tempo del ritorno dei morti, dei revenants, come dicono i francesi. Un ritorno tanto atteso quanto temuto. Atteso, perché è il mondo sotterraneo e senza luce, dove sono costretti i morti, che consente il germinare delle sementi; è il loro ritornare a vivere che rifonda la vita. Temuto, perché essi, antimondo, ritornano per ribadirne la complementarietà col mondo, il loro rapporto indissociabile con esso; per chiedere il rispetto del patto stabilito tacitamente con i vivi. Continueranno a garantire l'annuale rinascita della vegetazione se i vivi avranno rispettato il «contratto sociale» che fonda l'ordine cosmico, sia riguardo agli obblighi connessi al soddisfacimento del loro bisogno di luce e di cibo, sia alle norme che regolano la gerarchia sociale e generazionale costitutiva di questo ordine. (...)
È quindi naturale che i rituali più importanti dell'anno si incontrino in un periodo che va dal mese di novembre, che precede il solstizio d'inverno, al mese di marzo in cui cade l'equinozio di primavera (21 marzo). È infatti da novembre a marzo che si assiste al morire e rinascere della natura, dunque del tempo. Celebrate in mesi e giorni diversi in rapporto all'andamento stagionale delle diverse fasce climatiche, cioè dei diversi ritmi agrari, queste feste rispondono tutte alla stessa funzione: rigenerare la forza attiva della vegetazione e implicitamente promuovere la rifondazione della società attraverso la rigenerazione del tempo. Sono dirette a ristabilire l'equilibrio interrotto tra la morte e la vita mediante la riproposizione del contratto tra vivi e morti; a ristabilire la forza unitaria del cosmo sulla situazione di caos scatenata dal loro ritorno minaccioso per effetto della sua rottura. Esorcizzano il rischio, figurativamente esibito, del capovolgimento dell'ordine del mondo, dell'annullamento e dell'inversione dei ruoli naturali e sociali, del prevalere del demoniaco segnalato dal dilagare delle maschere. Ricodificano in forme rituali, dunque dotandole di maggiore potere, questue e doni, giochi e pranzi collettivi per rinvigorire attraverso l'ostentazione di sovrabbondanza mentale, fisica, alimentare, l'energia consumata del cosmo. Ecco perché l'orgia è un aspetto essenziale delle feste di rifondazione del tempo, dunque dei morti, e delle - feste in genere. Gli eccessi sono un elemento costitutivo della economia del sacro. (...) Sono i giorni di Halloween nei Paesi anglosassoni e della festa siciliana dei Morti, di Babbo Natale e dei suoi derivati, della Befana e delle sue varianti, della Candelora e di Carnevale, dei riti pasquali e di San Giuseppe. In ciascuna di queste feste, malgrado le trasformazioni in certi casi anche sostanziali, prodottesi soprattutto nel Medioevo per intervento consapevole e sistematico della Chiesa, l'ideologia arcaica di cui costituiscono la drammatizzazione figurativa, si può cogliere nel disegno complessivo anche se più o meno sfocato, oppure attraverso frammenti, più o meno leggibili. È evidente che dietro figure e personaggi mascherati si nascondono i morti. (...) La sospensione delle gerarchie sociali che vediamo attuata nel corso di questo tipo di festività nei Saturnali, da cui si fa derivare a torto il Carnevale, richiamandosi entrambi a un comune modello, più che nei termini suggeriti dall'antropologo francese, deve essere letta come segnale dell'instaurarsi di una situazione di caos conseguente all'esaurirsi del ciclo del tempo.»


Sperando che tutto ciò sia spunto di riflessione, chiudo con una considerazione personale.
È molto bello che il Solstizio sia per tutti noi una festa di luce, il saluto al sole che torna. Nel nostro Capodanno i fuochi e le luci colorate fanno le veci dei falò rituali. Tuttavia non dovremmo dimenticare che il solstizio, come tutti i momenti di passaggio, ha anche un aspetto oscuro, è un momento in cui la notte è molto più lunga del giorno e vede il temporaneo ritorno dei defunti; nelle notti fra Natale e l'Epifania, in cui ricade il nostro Capodanno, così come nelle notti intorno a Samhain che era il capodanno celtico, così come forse anche a Carnevale, le tradizioni di varie regioni europee (anche italiane) si aspettano di veder passare la Caccia Selvaggia, il macabro e feroce corteo guidato da Wotan, oppure la Mesnee d’ Hellequin (capo della caccia selvaggia in alcune regioni alpine e francesi, Hellequin, uno spirito della natura mascherato, sarà ereditato dalla commedia dell’arte italiana... e riproposto a carnevale come Arlecchino), oppure la processione di Perchta o di Holda. Quindi speriamo nell'annunciato ritorno della luce, il nuovo anno è iniziato, ma per il momento battiamo i denti... almeno fino all'epifania, che per un po', tutte le feste porta via.


Nikker



Disclaimer per le immagini:

Le immagini dei nostri simpatici romani che festeggiano il capodanno sono state gentilmente concesse dalla pagina Facebook umoristica “Il Triumvirato”, consiglio di farci un giro.



Fonti delle citazioni, testi e siti per approfondire:

AAVV, Le vere origini di Halloween
E. Baldini, G. Bellosi, Halloween. Nei giorni che i morti ritornano
E. Baldini, G. Bellosi, Tenebroso Natale. Il lato oscuro della grande festa
F. Cardini, Il libro delle feste. Il cerchio sacro dell'anno
A. Cattabiani, Calendario
R. Fattore, Feste pagane
J. Frazer, Il ramo d'oro
A. Gaspani, Il calendario di Coligny. Misura del tempo presso i celti
G. Kezich, Carnevale re d'Europa. Viaggio antropologico nelle mascherate d'inverno
A. Kondratiev, Il tempo dei celti. Miti e riti: una guida alla spiritualità celtica
C. Lévi-Strauss, Babbo Natale giustiziato (consiglio l'edizione con l'introduzione di Buttitta)
C. Manciocco, L. Manciocco, L'incanto e l'arcano. Per una antropologia della Befana
J. Markale, Halloween
J.-C Schmitt, Medioevo «superstizioso»

lunedì 28 dicembre 2015

Celebrating the Season of Life

Oggi vi voglio parlare dei due libri che compongono la serie Celebrating the Sasons of Life di Ashleen O'Gaea. Come detto si tratta di due libri che trattano la ruota dell'anno.
Il primo volume si occupa dei sabba da Samhain a Ostara mentre il secondo da Beltane a Mabon. La struttura dei libri è identica. Prima di iniziare a trattare ogni singolo Sabba presentano una Premessa che risulta essere identica per entrambi i volumi e un introduzione con gli stessi concetti e considerazioni pur essendo espresse con terminologie diverse. Il libro poi si divide in 4 sezioni, ognuna delle quali dedicata a un Sabba.
Dopo una breve introduzione, con considerazioni di varia natura, il Sabba viene analizzato sotto quattro angolazioni. Il primo, Lore, incentrato prevalentemente sulla descrizione del Sabba in esame e le sue valenze. Rituals in cui si descrivono i rituali da eseguire per quel Sabba. In alcuni casi vengono descritti varianti in base alle condizioni ambientali del praticante (solitario o in presenza di non pagani). Activities in cui vengono descritte attività che possono essere fatte come complemento al Sabba, che si tratti di come realizzare delle candele o organizzare una scampagnata poco importa, ci sono spunti per ogni esigenza. Poi abbiamo la parte legata alla simbologia (Symbols).
Alla fine del libro si trovano le appendici, mentre alcune si concentrano sulle cose pratiche e indispensabili, come si traccia il cerchio, le corrispondenze ecc., una parte è dedicata ai bambini, cosa e come è possibile spiegargli sul Sabba, il tutto suddiviso per fasce di età.
Raramente si trovano parti dedicate ai bambini in libri simili, a meno di non andare a cercare testi specifici. Come per altri libri di provenienza estera le differenze legislative e/o culturali vanno prese in considerazione durante la lettura e durante un eventuale attuazione degli spunti presi dal testo. Sono due volumi facili da reperire, l'unica nota negativa è che solo uno dei due è stato trasposto in versione digitale.

Tempesta




lunedì 21 dicembre 2015

Le origini pagane di Babbo Natale

(ovvero: perché sul mio altare di Yule c'è una statuetta di Babbo Natale)

Babbo Natale è uno dei protagonisti del Natale meno presi sul serio dagli adulti di tutto il mondo. Questo è profondamente ingiusto, dal momento che ha alle spalle una storia millenaria di tutto rispetto. Per introdurre la sua storia, ho deciso di procedere al contrario; dalla fine all'inizio, o meglio, ai suoi vari inizi. Che cosa sappiamo oggi di Babbo Natale?


1. “Babbo Natale è un'invenzione della Coca-Cola”


In realtà, no. Il famoso marchio ha senza dubbio il merito di aver portato alla ribalta questa popolare figura negli anni '30 del Novecento e di averne canonizzato i tratti (il vestito rosso, la corporatura pensante, la slitta con le renne volanti, ecc), ma la Coca-Cola non ha fatto altro che assumere a testimonial il protagonista di leggende folkloristiche e credenze pseudo-religiose di origine europea (come quasi tutto quello che riguarda l'America). Come è scritto in “Babbo Natale” di N. Lagioia,

«L’adozione di Babbo Natale da parte della Coca-Cola avviene quando il portadoni si è ormai quasi del tutto sbarazzato delle sue origini cristiane. Approdato sulla west coast durante il XVII secolo come residuato di una tradizione religiosa maturata per oltre mille anni nel Vecchio Continente, quello che un tempo era stato san Nicola, vescovo di Mira, nei primi decenni del Novecento americano si presentava già come un potente simbolo del mondo dei consumi. L’impresa della Coca-Cola di conseguenza non consistette (…) nell’aver determinato un processo di scristianizzazione già in atto da molto tempo, ma nell’averlo semmai cristallizzato, rendendolo in qualche modo definitivo.»1

Una tradizione europea, appunto, ma più precisamente? Da dove arriva il Saint Nicholas che approdò in America nel XVII-XVIII secolo?
Leggiamo in “La vera storia di Babbo Natale” di A. D'Apremont:

«La leggenda vuole che nel 1626 una nave di emigranti olandesi - con una sorprendente polena di san Nicola al posto delle abituali sirene - fosse stata sorpresa da una violenta tempesta nei pressi delle coste nordamericane. La nave si sarebbe arenata su una spiaggia. Durante la notte, un marinaio avrebbe fatto un sogno: gli sarebbe apparso san Nicola (o, più esattamente, Sinter Klaus [o Claes], per chiamarlo con il suo nome olandese) che gli avrebbe detto che se i naufraghi avessero fondato in quel luogo una città, lui sarebbe ritornato ogni anno, il giorno della sua festa, per distribuire doni ai bambini passando dai camini.
Il Babbo Natale moderno era in marcia su una spiaggia al di là dell’Atlantico. La città fu costruita e battezzata New Amsterdam (si noti che san Nicola era proprio il santo patrono di Amsterdam nei Paesi Bassi). La leggenda è bella e probabilmente non è autentica. Resta il fatto che il buon santo (e la sua distribuzione di doni il 6 dicembre) arrivò nell’America del Nord con i bagagli dei coloni olandesi, più verosimilmente verso la metà del XVIII secolo, e non nel XVII secolo.»2

Babbo Natale, con il nome di Saint Nicholas o “St. Nick” diventa veramente famoso in America grazie al poema “The night before Christmas” di Clement Moore, del 1822. Tuttavia nel 1822 non ha ancora l'aspetto di un corpulento vecchio gioviale, e nemmeno di un austero santo: il St. Nick (o “old St. Nick”) di Moore è un piccolo vecchio elfo paffuto. Qualcuno afferma che “The night before Christmas” abbia “paganizzato” la figura di un santo cristiano. Ma è veramente così che sono andate le cose?


2. “Babbo Natale è San Nicola, vescovo di Mira”


Si e no. Anche. Chi ha un po' di dimestichezza con le dispute sulle sopravvivenze pagane nel cristianesimo, e in special modo nelle più antiche forme di cristianesimo ancora esistenti (la Chiesa Cattolica, le Chiese Ortodosse, insomma tutto ciò che è precedente alle riforme protestanti) non ha bisogno di sentirsi spiegare di nuovo come le prime religioni cristiane abbiano dovuto includere nelle proprie pratiche, liturgie e credenze alcuni elementi pagani. Ciò che non si riusciva a demonizzare, si sovrascriveva in qualche modo. Venivano erette chiese sui templi pagani e sui luoghi sacri; allo stesso modo venivano attribuite ai santi particolari gesta, capacità soprannaturali e patronati che prima erano caratteristiche peculiari delle divinità pre-cristiane.

San Nicola, pover'anima, si sta probabilmente rivoltando nel sepolcro, dal momento che in vita è stato un forte sostenitore dello sbarazzarsi delle sopravvivenze pagane e dell'epurare il cristianesimo da queste influenze. È terribilmente ironico che lui stesso, come e più di altri santi, sia stato vestito di tante caratteristiche di figure pre-cristiane e sia diventato protagonista di numerose leggende che non hanno probabilmente alcun fondamento nella sua biografia.

«Progressivamente, si assistette a uno spostamento delle caratteristiche del dio Apollo, al quale un culto importantissimo era tributato a Patara, città vicina a Mira, su Nicola. L’antica festa del dio divenne quella di san Nicola. Dietro questo Nicola dai tratti apollineo-cristici, che cosa resta dell’eventuale personaggio storico? (...)
Di questo santo popolare si è fatto il patrono dei bambini, degli scolari, dei prigionieri, dei ladri, dei marinai, delle prostitute, ma anche dei fiorai. Per giustificare questi patrocini più o meno strani, gli si attribuirono diverse gesta eroiche.»3

Come già accennato, il santo è anche patrono dei marinai, e questo è un dettaglio particolarmente interessante. Pare che lo sia stato fin da subito, dal momento che nell'antichità:

«Il 6 dicembre [giorno della festa di San Nicola] (…) la navigazione veniva sospesa per ventiquattr’ore e i marinai chiedevano la benedizione delle divinità dei mari: era insomma il giorno di Poseidone nel calendario pagano. Se si pensa che Mira era la sede di un porto molto importante e che nei primi secoli della sua espansione il cristianesimo inglobò riti e narrazioni dell’universo pagano facendo in modo che il passaggio di consegne avvenisse nel modo meno traumatico possibile, si capisce come la data del 6 dicembre servisse più che altro a restaurare un patronato che fino a poco prima era toccato al Dio dei mari.»4

Il patronato sui mari e sui marinai è qualcosa che abbiamo già visto nella leggenda sui marinai olandesi che vennero salvati dal santo. L'origine del suo legame con il mare è duplice: più che dal culto di Poseidone nella città di Mira, probabilmente la sua fortuna presso i marinai olandesi deriva dalla sua sovrapposizione con una divinità teutonica del mare, Hold Nickar. Hold Nickar, oltre ad essere dio del mare, attraversava i cieli notturni a capo della Caccia Selvaggia (capitanare la Caccia Selvaggia non era appannaggio di una sola divinità o entità; a seconda della zona geografica, si possono trovare molte figure diverse a capo di questa processione notturna: Cernunnos, Odino, Herne, Harlequin, e molti altri e altre).
Con l'avvento del cristianesimo, il questo dio teutonico del mare venne ridimensionato al rango di spiritello acquatico e ancora se ne trova traccia nelle figure folkloristiche dei nikker (in Olanda), nicor (in Inghilterra) e nixes (in Germania).

Ad ogni modo: come ha fatto, questo vescovo orientale, a diventare la figura che ci è familiare, il magico vecchio uomo che vive nel circolo polare artico e viaggia su una slitta volante?
Il suo viaggio verso l'Europa occidentale ebbe inizio in Italia.

«Nel maggio del 1087, temendo che i Turchi musulmani, che avevano appena conquistato l’Asia minore, profanassero le spoglie del santo, dei mercanti trasportano le sue reliquie a Bari, in Puglia, nel Sud dell’Italia. L’antico patrono della città era Mercurio e il suo ricordo è ancora vivo. Non lontano da Bari si trova il Gargano, un luogo che era allora consacrato a san Michele (...) ma che anticamente, come indica il suo nome, era dedicato a un misterioso dio Gorgan (Gargan o Gorgon). Si parla di questa divinità come di un dio preceltico che avrebbe potuto essere assimilato a Mercurio nel Sud (anticamente, il Gargano sarebbe stato un Monte Mercurio), a Wotan nel Nord o a Lug o Belenos nell’Ovest. A ogni modo, gli scrittori latini e greci Strabone, Tolomeo e Lucano attestano che un tempio pagano si trovava sul Garganus Mons dove, qualche tempo dopo, fu tributato un culto a Mitra (la qual cosa ci riporta all’origine della festa di Natale) e dove un toro sacro dedicato a questo dio era custodito in una grotta iniziatica del monte.
(…) Evidentemente, alla fine dell’XI secolo il ricordo di Gorgan e di Mercurio era ancora vivo e per mettere fine alle sue «derive pagane» si trasportarono le reliquie di san Nicola sul monte Gorgan (la consacrazione a san Michele non era forse sufficiente a cristianizzare il luogo o forse, in quest’epoca antica, era evidente per le popolazioni che l’arcangelo dissimulava male gli antichi dèi luminosi che aveva sostituito) e il santo divenne così il patrono di Bari.
Si tratta allora del san Nicola che ispirò il nostro Babbo Natale? Precisiamo semplicemente due cose: l’Italia non ha mai veramente tributato un culto a san Nicola e nella penisola quest’ultimo non ha mai distribuito regali. Tuttavia, abbiamo qui proprio il san Nicola che diventerà così popolare al Nord. In realtà, il processo si è sviluppato in due tempi.
In primo luogo, i vichinghi, che si spinsero con le loro incursioni nel Mediterraneo (fino in Sicilia, dove l’influenza normanna si è fatta sentire a lungo), scoprirono in Puglia il personaggio di san Nicola. Costui aveva già cominciato a confondersi con il Gorgan d’origine che ricordava agli scandinavi appena convertiti il dio Odino-Wotan delle loro foreste. Soprattutto, il Nicola/Gorgan apparve loro come il personaggio ideale per fornire garanzie di «buona fede» ai missionari evangelizzatori (in un’epoca in cui costoro li sospettavano di restare fedeli agli antichi dèi e con la spada portavano la fede in Cristo nel cuore e nella testa della gente) pur continuando a venerare, dietro il «santo», la figura della vecchie divinità. Inoltre, per questi temibili navigatori, Nicola era il patrono dei marinai. (…) San Nicola aveva incominciato la sua marcia verso il Nord. (…) In realtà, è il san Nicola «distributore di regali» che arriva molto più tardi.»5

Il ruolo di San Nicola come distributore di regali è infatti attestato con certezza solo dal XVI secolo. Curiosamente, sono proprio degli scritti di Martin Lutero ad attestare la tradizione dei “regali di San Nicola” in Germania nel 1535.
Tuttavia non era da solo, nello svolgere questo compito. Accanto alla figura di San Nicola si accosta spesso e quasi ovunque la figura di un accompagnatore, un oscuro aiutante, che aveva sempre dei toni cupi e il compito di “punire” i bambini cattivi. Nella maggior parte dei casi, questo oscuro aiutante aveva un aspetto non umano. A volte era basso, quasi un folletto, spesso di colore scuro o sporco di fuliggine, oppure indossava vestiti tipici di un Paese straniero e nemico (in Olanda “Pietro il Nero” era vestito da spagnolo); altre volte era un mezzo-mostro, era peloso, o addirittura aveva le corna.

La vera popolarità di San Nicola giungerà nel XIX secolo, ma accanto a lui si affaccia un altro personaggio: Babbo Natale propriamente detto. Qui si capisce che il santo non è necessariamente l’antenato di Babbo Natale. Ad esempio, il Weihnachtsmann tedesco non deriva da san Nicola ma dal suo accompagnatore: il suo nome è Knecht Ruprecht, che è anche il nome dell’aiutante del santo e, come vedremo, reminiscenza diretta dell’antico dio Wotan. In molti casi, è proprio l'accompagnatore (inizialmente inscindibile dal santo, quasi un suo alter-ego) a costituire la vera origine divina e pagana di Babbo Natale.

Una curiosità, infine: il nome Nicola o Nick, in alcuni Paesi germanici, designava il diavolo, nel Medioevo. O meglio, “un” diavolo. Per riportare alcuni nomi del diavolo basati su quello di Nicola: Old Nick, Nick, Old Nick Bogey, Saint Nick, Olde Saint Nicholas.
Come già detto sopra, Nick, Klaas e Klas vengono da nikker (antico olandese) o nicor (medio inglese), che significa «goblin, spirito dell’acqua» (vedi i Nixes o Nisser germanici, i nani dal cappuccio rosso, che sono anche gli spiriti di Natale in Danimarca). Questo Nicola nordico non viene dunque dal greco che significa invece «vittoria del popolo».
Si ricordi che in “The night before Christmas” il distributore di doni di origine olandese, dall'aspetto di un piccolo elfo, è stato chiamato proprio “St. Nick” e “old St. Nick”.


3. Le origini pagane degli Oscuri Aiutanti


Abbiamo detto che Babbo Natale deriva più da queste figure ambigue che accompagnavano il santo, che dal santo stesso. Ma cosa sappiamo di loro? Scrive sempre D'Apremont:

«Nei paesi germanici era noto l’accompagnatore Hans Trapp, un personaggio dal viso annerito. (...) A proposito di questo Hans Trapp, un’usanza danese ancora osservata nel XIX secolo e riportata dal mitologo Axel Olrik, voleva che durante il periodo di Jul si disponessero i coltelli di casa con la lama ben affilata verso l’alto «per proteggere adeguatamente contro la caccia selvaggia» condotta da «Kònig Hans e il suo seguito» intenzionati a rubare lo Julschwein (maiale di Natale). Questo «König Hans» è probabilmente una manifestazione del condottiero tradizionale della Caccia, cioè Odino-Wotan. E se si tratta anche di Hans Trapp, ciò prova che (...) il personaggio è molto più antico.»6

E ancora, più specificamente sul già citato Knecht Ruprecht:

«Per continuare sulla via di questa ambiguità, soffermiamoci sul caso di uno di questi accompagnatori: Knecht Ruprecht, il tenebroso, il servitore nero dei paesi germanici. Ricordiamolo: è a lui che il bavarese Thomas Nast penserà quando cercherà di illustrare... il Santa Claus di Clement Moore. Difficile trovare un paradosso maggiore! L’accompagnatore diventa (ridiventa?) Babbo Natale al posto del vescovo di Mira. Orbene, secondo Dontenville, Knecht Ruprecht verrebbe dalle «profondità della mitologia germanica precristiana» e si identificherebbe con Wotan. Più precisamente, Ruprecht o Rumpanz sarebbe il dio originario soppiantato da san Nicola. Ancora più curiosamente, l’etimologia di questo personaggio tenebroso sarebbe, secondo Jakob Grimm (uno dei fratelli Grimm, gli autori delle celebri favole), «Brillante per la gloria», il che lo identificherebbe, sempre secondo il mitologo, con Odino.»

Tutte queste figure sembrano comunque legate alle regioni dell'Europa continentale e settentrionale; come già accennato, in Italia il santo non aveva la funzione di distribuire doni. Qui da noi è più facile che a ricoprire questa carica fossero Santa Lucia (il 13 dicembre, giorno ancora ricordato dai nostri nonni come “il dì più corto che ci sia”, perché quando vigeva il calendario Giuliano coincideva con il giorno del solstizio), gli antenati (nel periodo di Ognissanti), il Bambin Gesù (a Natale), la Befana (il giorno dell'Epifania) o Babbo Natale, in epoca recente.

Il Babbo Natale odierno comunque ha riunito in sé la duplice funzione del Santo (che perdonava i bambini e distribuiva doni) e dell'aiutante (che minacciava e redarguiva i bambini cattivi): è famosa la duplice lista di Babbo Natale, quella dei bambini buoni a cui portare i regali e quella dei bambini cattivi a cui portare il carbone. Ha quindi un ruolo di “regolatore”, di “giudice”, di “ordinatore”… e questo, come vedremo alla fine, è uno dei suoi paradossi.


4. Le divinità dietro al mito di Babbo Natale

Ecco che finalmente arriviamo al dunque, dopo questa breve storia alla rovescia. Come vedremo, come in parte abbiamo già visto, ci sono diverse entità e divinità pre-cristiane nascoste nel mito moderno di Babbo Natale. I suoi detrattori cristiani (sono una minoranza, ma ogni tanto fanno notizia7) forse non hanno individuato chiaramente le figure dietro al personaggio, ma di sicuro hanno ben compreso la sua origine pagana.

4.1 - Il dio Odino-Wotan

Percorrendo la notte di mezz'inverno sulla sua slitta volante trainata dalle renne, Babbo Natale rimanda all’immagine della caccia selvaggia delle antiche notti di Jul. Alla testa di questo corteo c'è il grande dio Odino-Wotan. La radice etimologica del suo nome significa «furore estatico, possessione». È un dio dell’estasi, della trascendenza iniziatica, della poesia e della magia. Cosa interessante: Odino sarebbe un dio del «dono»: è il signore delle rune, da cui ha ricevuto la conoscenza autosacrificandosi («dono» di sé) sull’albero del mondo Yggdrasill.
La tradizione nordica relativa a Odino è innanzitutto quella dell’Eterno Ritorno: ogni anno, Jul (il solstizio d'inverno) annuncia il ritorno del sole. Inoltre, accanto alle funzioni più marziali, Odino-Wotan è il dio della Gioia. Anticamente era chiamato Wotanaz: l’iniziale di questo nome è la runa Wenn o Wunjo, che significa la «gioia».

Troviamo ancora in D'Apremont:

«Odino-Wotan è una divinità sciamanica. È intimamente legato all’albero del mondo, Yggdrasill (l’albero di Natale ne sarà una rappresentazione). Yggdrasill, l’albero del mondo, è un sentiero di iniziazione (impiccandosi a esso, Odino acquisisce la conoscenza delle rune). Ristabilendo la tradizione dell’albero di Natale - sempreverde (eterno ritorno) - accanto a Babbo Natale, il mondo moderno ha ricostituito l’antica coppia iniziatica Odino-Wotan/Yggdrasill.»8

4.2 - Herne il Cacciatore

D'Apremont lo chiama “divinità anglosassone meno conosciuta”, ma io penso che non sia un errore definirlo piuttosto una figura folkloristica, leggendaria, derivata da figure divine; dico questo perché le uniche testimonianze che abbiamo su Herne (con tanto che viene fatto derivare da Cernunnos e/o da Odino, divinità di tutto rispetto) risalgono all'epoca cristiana, in cui nessuna figura aveva la possibilità di farsi definire “una divinità”, anche se minore.

«Parlando «in termini natalizi», Herne può apparire come una sintesi tra il personaggio di Odino-Wotan e quello del druido-sciamano Merlino. Questo dio è associato in particolare alla regione di Windsor (è menzionato, in particolare, in Le allegre comari di Windsor di Shakespeare). Questo personaggio tipico del folklore d’Oltremanica è un essere cornuto, associato alla quercia e al cervo. Associate al nome «Herne», queste caratteristiche ci fanno immediatamente pensare al Cernunnos celtico. Se questa filiazione tradisce una probabile origine antica del cacciatore di Windsor, la tradizione inglese lo conserva in una forma decisamente storicizzata.
Ecco la sua storia, che commenteremo a mano a mano. All’epoca del re Riccardo II, Herne, eccellente cacciatore (pensiamo qui a Odino in qualità di Grande Cacciatore della caccia selvaggia) viveva nei boschi di Windsor in condizioni quasi selvagge (si tratta dunque di una manifestazione di uno spirito della natura, del Green Man, «Uomo Verde» tradizionale anglosassone, che il folklore ha conservato anche con il nome di Robin Hood, ad esempio). Regolarmente, il sovrano lo chiamava per andare a caccia, cosa che non mancava di suscitare gelosie in seno al seguito reale, offeso dai privilegi che venivano accordati a un pezzente. Peggio ancora, il sovrano gli aveva fatto dono di un corno da caccia, di una catena d’argento e di una borsa. Durante un giorno di caccia, un cervo carica il re e lo disarciona. Herne gli sbarra la strada, salva il re ma resta gravemente ferito. La corte del re - in particolare, i guardiacaccia del parco di Windsor - è esultante. Comunque sia, il re vuole salvarlo. Interviene allora uno sconosciuto di nome Urswick che salva Herne mettendogli in testa i palchi di un cervo. Le guardie del seguito reale non vogliono accettare la guarigione del cacciatore selvaggio. Urswick dichiara allora di poter privare Herne dei suoi doni se i guardiani promettono di fare la cosa che domanderà loro. Herne guarisce, ma non ha più alcun dono, tantomeno quello di cacciatore. Scappa, dunque, per andarsi a impiccare a una quercia (come Odino, dio degli impiccati, si impicca all’albero del mondo) in fondo al parco. Un fulmine colpisce la quercia e anche le altre guardie perdono tutti i loro doni. Per ordine di Urswick si recano davanti alla quercia dove incontrano il fantasma cornuto di Herne che domanda loro di seguirli. La piccola schiera si ritrova dunque al cospetto di Urswick. Qui prestano giuramento di restare in eterno nell’orda di Herne. Formeranno dunque la caccia selvaggia.
Il riferimento al re Riccardo II sembra datare Herne. Il racconto restituisce le caratteristiche di un personaggio antichissimo. Il dio cornuto è Cernunnos, è Pan […] ma sono anche tutti i danzatori sciamanici e carnevaleschi che, nel periodo di Jul/Anno Nuovo si vestivano di pelli di animali e indossavano delle corna (in particolare di cervidi) e che, ricordiamolo, Cesario di Arles e Teodoro di Canterbury denunciavano.»9


Molti sono gli elementi che associano la leggenda di Herne al mito di Natale: prima di tutto, i palchi/ramificazioni che gli vengono messi in testa, e che rinviano a tutti gli dèi cornuti antichi come Cernunnos e alle più antiche pratiche cerimoniali, le danze cornute del periodo di Jul/Natale. I palchi, che nei cervi si rinnovano ogni anno, simboleggiano l’eterno ritorno della vita, come le celebrazioni del Solstizio e di Natale; il sole che rinasce è la promessa del ritorno della vita. Poi, come non pensare all’accompagnatore nero di san Nicola che viene riconosciuto come il vero antenato di Babbo Natale, e che, frequentemente, era dotato di corna? Il dio cornuto rappresenta il rinnovamento della vita ma, paradossalmente, rappresenta anche il mondo sotterraneo e dunque la morte e il freddo, tutti elementi che concorrono nella simbologia delle feste del Solstizio d'Inverno.
Poi c'è la caccia selvaggia, alla quale i guardiani di Windsor, trasformati in spettri, si uniscono, e che attraversa il cielo di Jul.
Infine, non meno importante, l’impiccagione alla quercia evoca Odino, auto-sacrificatosi sull’albero del mondo Yggdrasill che sarà simboleggiato dall’albero di Natale.

Con l’avvento del cristianesimo, gli dèi pagani sono stati demonizzati, sono stati mascherati da santi, o hanno dovuto cambiare nome e sono sopravvissuti solo come figure folkloristiche o membri del popolo fatato. Ci sono grandi probabilità che Wotan, dio delle tempeste e del furore estatico, sia diventato (in quanto Signore della caccia selvaggia e dio degli Impiccati) Herne, il cacciatore folle.

4.3 - Il Signore del Disordine medievale

Non è questo il luogo per approfondire il legame tra il Natale e le Feste dei Folli medievali, che derivano nella sostanza (se non nel periodo) dai Saturnalia romani, ma due parole di introduzione andrebbero spese. Natale, Carnevale, le Feste dei Folli, i Saturnalia, Halloween, sono tutte feste in cui l'ordine naturale veniva sovvertito temporaneamente, perché così facendo

«esorcizzano il rischio, figurativamente esibito, del capovolgimento dell'ordine del mondo, dell'annullamento e dell'inversione dei ruoli naturali e sociali, del prevalere del demoniaco segnalato dal dilagare delle maschere. Ricodificano in forme rituali, dunque dotandole di maggiore potere, questue e doni, giuochi e pranzi collettivi per rinvigorire attraverso l'ostentazione di sovrabbondanza mentale, fisica, alimentare, l'energia consumata del cosmo. (…) Gli eccessi sono un elemento costitutivo della economia del sacro. (…) Sono i giorni di Halloween nei Paesi anglosassoni e della festa siciliana dei Morti, di Babbo Natale e dei suoi derivati, della Befana e delle sue varianti, della Candelora e di Carnevale, dei riti pasquali e di San Giuseppe.»10

In quest'ottica, è interessante anche notare una cosa (e ricordiamo la tradizione della Caccia Selvaggia come processione dei morti, che ricompare sia nel periodo di Ognissanti sia nelle dodici notti fra Natale e l'Epifania):

«Presso i popoli nordici Natale (Jul) era la festa dei morti e, insieme, una esaltazione della fertilità, della vita. In quei giorni i morti tornavano per prendere parte ai riti di fertilità dei vivi.»11

Ma, tornando alle Feste dei Folli e al Signore dei Disordini, abbiamo già citato il rapporto di discendenza fra i Saturnalia e il Natale; le Feste dei Folli medievali, derivazione diretta dei Saturnalia, rappresentano una sorta di ponte tra la festa antica e quella moderna.
Babbo Natale come Signore del Disordine è il Babbo Natale Signore dei Paradossi. Guardandolo con spirito critico, si nota che è un'entità della Notte (attraversa il cielo notturno) e del Freddo (inverno), ma è Gioia. É l’eroe dell’infanzia, ed è vecchio. Si potrebbero citare innumerevoli altri paradossi del personaggio. Storici delle religioni e folkloristi concordano nel riconoscere in questo «Signore del Disordine» l’antenato di Babbo Natale.

«Tra la «solidarietà accresciuta e l’antagonismo esacerbato» delle feste di Natale, già rilevati da Lévi-Strauss, l’Abate della Festa, il Signore del Disordine, gioca un ruolo di mediazione, comandando gli eccessi in nome delle autorità regolari, ma al tempo stesso, e per conto di queste stesse autorità, contenendoli in limiti... ragionevoli. Il colmo per un personaggio della sregolatezza!»12

L'ennesimo paradosso che vede il Signore dei Paradossi, il Re delle Feste dei Folli, a guida di una festa che ribalta sì l'ordine naturale, ma solo per conservare l'ordine naturale.


Nikker

*****

Ci sarebbe molto altro da dire ma non basterebbe una rivista, naturalmente, e questo articolo forse è già troppo lungo. Vi lascio con qualche consiglio bibliografico e non:

Libri sulle origini del Natale e di Babbo Natale:
  • A. D'Apremont, La vera storia di Babbo Natale, Edizioni L'Età dell'Acquario, 2005
  • C. Lévi-Strauss, Babbo Natale giustiziato, Sellerio editore Palermo, 1995
  • M. Perrot, Etnologia del Natale, Elèuthera, Milano, 2001
  • T. Van Renterghen, Quando Babbo Natale era uno sciamano, Edizioni Amrita, 2000 (un po' sensazionalistico, non è un titolo che consiglio a chi non conosca bene l'argomento perché non è facilissimo separare le informazioni veritiere dalle ipotesi un po' spinte)

Film da non perdere:
  • Hogfather, tratto dall'omonimo libro di Terry Pratchett (il film si trova solo in inglese, al massimo sottotitolato in italiano; il libro non è ancora stato tradotto, ma quando uscirà consiglio a tutti di leggerlo)
  • The nightmare before Christmas, di Tim Burton; il titolo è chiaramente la parodia del poema di Moore “The night before Christmas” che abbiamo qui citato

1 N. Lagioia, “Babbo Natale”, Fazi Editore, 2005, pag. 27
2 A. D'Apremont, “La vera storia di Babbo Natale”, Edizioni L'Età dell'Acquario, 2005, pag. 38
3 A. D'Apremont, op. cit., pag. 46
4 N. Lagioia, op. cit., pag. 45
5 A. D'Apremont, op. cit., pp. 47-49
6 Ibid, pag. 53
7 Vedi “Babbo Natale giustiziato” di C. Lévi-Strauss
8 Ibid, pag. 65
9 Ibid, pag. 65-66
10 C. Lévi-Strauss, “Babbo Natale giustiziato”, Sellerio editore Palermo, 1995, Introduzione (pagina ignota, preso da un ebook in pdf).
11 Ibid.
12 A. D'Apremont, op. cit., pag. 70

lunedì 14 dicembre 2015

Rituale di Yule


Il termine Yule sembra attingere la sua origine da diverse tradizioni linguistiche: dall´antico Inglese geõla, nel Norvegese antico jõl, una festività pagana celebrata durante il solstizio d´inverno e nel termine anglosassone che riferisce al solstizio d´inverno, ‘ ul’, che significa ruota. Negli antichi almanacchi Yule era rappresentato dal simbolo di una ruota, dando l´idea del ciclo annuale. Il solstizio d´inverno, la rinascita del dio Sole, é un punto di svolta importante, che marca il giorno più corto dell´anno con la minor quantità di ore di luce, durante il quale la Dea, ancora una volta, diventa la Grande Madre dando luce al Re Sole. 
 

Storicamente, sappiamo che il fuoco era elemento chiave in ogni celebrazione pagana; nella celebrazione Romana dei Saturnalia (che si teneva appunto durante il Solstizio d´Inverno), era rito adornare le proprie dimore con agrifoglio e sempreverde e scambiare doni. I Persiano celebravano la nascita del Dio Sole Mithra il 25 di dicembre, e la conseguente vittoria della luce contro l´oscurità. In Svezia, il 13 di dicembre é dedicato ancora oggi alla Dea Luce, la Splendente, festività di luce. Nella Norvegia dei Vichinghi, Yule veniva celebrato intorno al 6 di gennaio in onore di Odino e Thor.


RITUALE DI YULE
Questo rituale può essere celebrato singolarmente o in gruppo, anche se vengono fornite specificazioni di ruoli potete tranquillamente affrontare lo stesso in solitaria.
MATERIALE: ceppo di Yule con una candela bianca, rossa e nera su di esso, un calice di vino/succo, pezzetti di carta ed una penna.

L´altare é adornato di sempreverde, come agrifoglio o rosmarino e gli stessi possono essere utilizzati per tracciare fisicamente il cerchio.

E´buona norma prima di iniziare una celebrazione, dedicare un momento di riflessione e meditazione sull´intento che si intende dare ed armonizzare il proprio spirito.
Che venga tracciato il Cerchio ed invocati i Quattro Elementi.
Chi mi conosce, sa bene che non sono propensa a fornire indicazioni precise su invocazione di Cerchio ed Elementi; sia perché se appartenete ad una Tradizione specifica, avete probabilmente delle indicazioni standard da seguire che vi caratterizzano, in caso contrario meglio ancora poiché avete la possibilità di sperimentare di tasca vostra come e cosa. Ricordate sempre che la spontaneità viene sempre premiata, le parole che nascono nel vostro cuore e prendono forma nella vostra mente sono di sicuro la miglior invocazione che potete usare :)

Una volta che lo spazio é stato preparato, la Sacerdotessa recita la seguente invocazione:
“Fin dall´inizio dei tempi, ci riuniamo in questa stagione
per celebrare la rinascita del Sole
nel Solstizio d´Inverno, la più oscura delle notti.

La Dea diventa la Grande Madre e ancora una volta
dá vita al Dio Sole e al nuovo ciclo annuale
Portando nuova luce e speranza in terra.

Nel più lungo degli inverni
e nell´oscura notte delle nostre anime
viene radicata la nuova scintilla di luce
il Sacro Fuoco, la Luce del Mondo
Ci riuniamo qui stanotte attendendo la nuova luce
In questa notte, la Vergine, che é anche Madre ed Anziana,
si prepara ad accogliere il Re Sole
Prepariamoci anche noi ad accogliere questa luce in noi.

INVOCAZIONE DEL DIO E DELLA DEA:
(Sacerdote) Accendo questa fiamma in tuo onore Dea Madre
Tu hai creato vita dalla morte, calore dal freddo
il Sole vive una volta ancora, il tempo della luce sta rifiorendo
Ti invitiamo, Dea Madre, nel nostro cerchio
Portaci nuova luce, la luce del tuo Figlio glorioso.

(Sacerdotessa, accendendo la candela bianca nel ceppo)
Vengo a te come Vergine
Giovane e libera, fresca come la primavera
Inondata di desiderio di creare e condividere
Per trasformarmi….

(accende la candela rossa)
Porto in me il frutto della creatività
Calda e materna, rigogliosa e radiante
Gravida di messi e doni di terra
Per trasformarmi….

(accende la candela nera)
L´antica Signora dell´oscurità
Noi tre in una generiamo ed accogliamo questo bambino
Che sia portatore di luce e sia pronto al suo sacrificio
Per rinascere di nuovo in luce.

(Sacerdote)
Signore delle Foreste ti salutiamo,
Ritorna dalle tenebre, o Signore di Luce
La ruota ha girato. Ti invochiamo per riscaldarci
Dio del Sole, salutiamo il tuo ritorno
Che tu possa splendere su tutta la terra

Su un pezzo di carta, scrivete ciò che desiderate si compia nel corso del prossimo anno. Quando avete finito, attaccate il pezzetto di carta al ceppo.
Sollevando il calice, recitate:
Brindiamo a questo nuovo anno (spargere qualche goccia sul ceppo)
e come simbolo di questa promessa, consacriamo questo legno sacro come centro
energetico attraverso il quale compiremo i nostri doveri e missioni,
che tu possa manifestare i nostri desideri.

Tutti bevono dal calice

(Sacerdotessa) Tu sei morto e risorto. Concedici la tua luce attraverso l´inverno mentre attendiamo il ritorno della primavera. Che venga consacrato il ceppo nel fuoco sacro. Dopo che il ceppo sarà stato bruciato, queste candele si caricheranno di fortuna.
(potete decidere di bruciare l´intero ceppo con le candele e raccoglierne le ceneri, oppure bruciarlo e conservare le candele) 

CHIUSURA:
(Sacerdotessa)
Grazie Dio Lucente, per lo splendore che hai portato a noi stanotte
Che possa trovare alloggio nei nostri cuori attraverso questo nuovo anno
(Sacerdote)
Grazie graziosa Dea, per la freschezza del tuo spirito, le tue cure materne
e la tua saggezza infinita. Che possano risiedere in noi attraverso questo nuovo anno.
Piaccia sia cosí.

Congedate e ringraziate gli elementi e riaprite il cerchio :)

Felice Celebrazione!!


Lily Violet Snake